La dignità e i nuovi poveri, e il miracolo della cucina lucana

Dopo la tragedia di Civitanova Marche non possiamo dimenticare  i  suicidi dei tanti nostri  lavoratori, tanto onesti, quanto emarginati.Da qualche giorno dopo il boom  di Matera e degli agriturismi nostrani ” l’agenda sociale lucana ” si è infittita di interventi tesi e finalizzati  a nuove forme di solidarietà.

Scontiamo anni di ritardi ingiustificati.Negli anni scorsi la lettura del bilancio annuale del  Centro Servizio Volontariato  della Basilicata ci aggiornava sullo stato delle nostre povertà.

Tale strumento era  importante per la comprensione dei servizi erogati  dallo stesso  CSV  e, soprattutto, per riflettere “su ciò che si era realizzato concretamente “.

Il CSV ci aggiornava sull’ esercito di onesti e dignitosi cittadini  lucani che  bussavano costantemente alle porte delle Istituzioni regionali.

I grillini farebbero bene a riflettere sugli anziani soli, sui precari e sui padri disoccupati separati.

 

Sarebbe inutile fare un lungo elenco di tale “cahier des doleances”, dai tanti pensionati minimi ai tanti interinali, dai tanti ragazzi e ragazze assunti part-time ai tanti addetti  retribuiti con “piccole mance” o con lavori a “nero”.

Era  davvero  triste  pensare che “nell’ epoca  della sazietà” parlare di “nuove povertà” in Basilicata faceva, ancora, un certo effetto.

La presenza capillare su tutto il territorio regionale  di tanti siti agrituristici e il piacere di “mangiare fuori” toccava, ormai,  tutte le categorie sociali lucane.

Cenare con amici il Sabato sera  era diventato un’impresa; tanti erano i locali “INTASATI”…Confermare gli investimenti da parte di APT e dipartimeto Agricoltura in tale settore potrà  certamente garantire un ritorno di immagine e un effetto moltiplicatore per l’intera economia lucana.

Qualche tempo fa avevamo auspicato tante “fattorie didattiche”.

Tanti piccoli Comuni avevano investito  su queste ultime.

San Fele  forse rappresentava il fiore all’occhiello.

Era  bello riscoprire il “cibo” come cultura.A Ilvo Diamanti che, nel suo  articolo pubblicato su “Repubblica”, di   qualche tempo fa ,  definiva  il cibo,  come occasione di socialità, noi lucani  rispondiamo che siamo i detentori degli “Stati Generali” della Socialità, della  Qualità, dell’Ambiente, del Saper vivere e della Generosità.

I progetti di  Legambiente lo confermavano  sempre più .Il rispetto del  territorio e delle tradizioni  era  nel DNA dei lucani.La qualità della vita in Basilicata si  evidenziava  soprattutto  con i genuini  prodotti  biologici “tipici e unici”.

Non vi era  agriturismo lucano senza specificità culinarie ed enogastronomiche.

In questa direzione andava  il protocollo di Intesa tra ALMA e Provincia di Potenza.

I giovani e intere famiglie avevano  riscoperto il gusto di incontrarsi davanti ad un “piatto autoctono”.

I vecchi sapori e la tradizionale cucina lucana avevano  impresso nelle nuove generazioni il culto del tempo libero e della socializzazione.

Socializzare con persone che degustavano, cucinavano e presentavano piatti raffinati e reinventati, seguendo metodi tradizionali, era  sicuramente uno degli aspetti  più interessanti per accrescere e incentivare il turismo lucano.

Negli ultimi tempi ci siamo accorti che la Basilicata è sempre più conosciuta per i suoi prodotti e per le brillanti perfomances dei suoi chef (vedi Carmen Russo e famiglia).

Quante volte ci siamo imbattuti nel gelato al fagiolo di Sarconi, nel risotto al Crisantemo,  e in  tutte le leccornìe derivanti dalle castagne, per citare alcune  delle tante “qualità lucane”.Proseguire sulla strada della “socialità a tavola”  è sicuramente importante.

Essa rappresenta  una delle componenti più remunerative e più condivise  della nostra sana economia “autoctona”.

La grande affermazione del prodotto biologico lucano e la presenza di guide turistiche all’uopo preposte, devono far riflettere i tanti turisti che scelgono la Basilicata.

Mangiare bene , bere meglio e godere del particolare trattamento riservato  all’ospite di turno rappresenta un fiore all’occhiello del turismo lucano.

Un rispetto sacrale che solo il contesto sociale ed ambientale lucano sa offrire al turista.

Speriamo che nei prossimi interventi di promozione turistica questo “aspetto sacrale” venga definitivamente riconosciuto.

A tal proposito, non va sottaciuto che le poche  “fattorie didattiche ” lucane  che si esprimono con tutti  i loro strumenti cognitivi  e il cibo tradizionale  riconosciuto da grandi intellettuali e politici, potrebbero  condizionare perfino alcuni “orientamenti” culturali.

Chi di fronte al buon piatto non si confessa e non si rivela.

Il cibo che diventa cultura,  spettacolo e comunicazione come riferito da Luigi Ceccarini  non  fa leva sui soliti noti, ma, il più delle volte   sugli “ignoti”.

Gli ignoti che si trasformano in vere espressioni di  rapporti di vera amicalità, di  rispetto e di fiducia reciproca.

Quanti scambi di indirizzi, e-mail e numeri di cellulari dopo un bel pranzo.

E’ il miracolo della cucina.La cucina che diventa piacere, partecipazione e passione per una società come quella lucana che si è liberata dal “bisogno”.

Un bisogno che non viene più avvertito, ma ,che ,putroppo,  ancora,  esiste  in Basilicata.

Trasformare l’alimento  come  “elemento sociale” che si caratterizza e che si tramuta in vera solidarietà, potrebbe essere uno dei veri  leit motiv del prossimo futuro.

Quante volte  in questi ultimi tempi ci siamo imbattuti in volontari della Caritas diocesana.

La loro richiesta non è fatta solo di denaro.

La loro  presenza davanti ai supermercati sono l’esempio vivente di un rovescio della medaglia che a fatica stentiamo a riconoscere.

Pur  “contribuendo”, nel nostro piccolo, a raccogliere cibi, bevande e vivande non ci siamo ancora  resi conto delle accresciute  file di un esercito di “digraziati “che si ingrossa sempre più.

Sono i nuovi poveri come gli  anziani soli,  i licenziati cinquantenni,  i disoccupati di lunga durata, i giovani in cerca di prima occupazione ecc. e i mariti e le mogli separati.

Sono quei cittadini lucani che non fanno notizia  perchè hanno grande dignità.

Sono quei cittadini che  non chiedono perchè arrossiscono.

Sono quei cittadini che ignorano  cosa sia un agriturismo e una fattoria didattica.

Sono quei cittadini che non si cimentano in disquisizioni su dove pranzare e cenare o acquistare prodotti enogastronomici della tradizione lucana.Non a caso  i movimenti e le missioni cristiane  consci di questa cruda realtà, e, perennemente,  alla ricerca della valorizzazione del gusto e della solidarietà sociale,  sono sempre più presenti  “nell’altro mercato”.

L’altro mercato in Basilicata è ai primi passi, ma, ha gia conosciuto, concretamente , fasi di contestazioni e di inquietudine contro le  produzioni geneticamente modificate,  che, per fortuna, hanno attecchito poco nella nostra agricoltura.

Una simile esperienza ci ha  concretamente dimostrato che, la gastronomia e i prodotti tipici potrebbero costituire quel valore aggiunto, su cui  seriamente ricercare  la giustizia sociale e la felicità personale.

Potrebbero, infine,  significare, non solo,  una  pratica filantropica e solidale, ma, una  vera  e propria partecipazione umana e cristiana rivolta agli “ultimi”.

Del resto se anche  la rivista degli anni cinquanta “Problemi del Socialismo” di Lelio Basso pubblicò un inserto di Luigi Veronelli sulla “Gastronomia”, vorrà dire che il cibo che “tracima” dovunque nella nostra vita quotidiana e in ogni vetrina, può far scoprire valore, tradizione e territorio ,anche, a quei dignitosi  cittadini lucani ,conosciuti  solo dalla CARITAS diocesana.

Uomini e donne poveri, ma, di grande dignità, come la coppia di Civitanova, che difficilmente potrebbero  cucinare,  con sapienza,  come  fanno tanti nostri  politici nei Salotti vip.

Quanto sarebbe bello se gli assistiti della Caritas partecipassero a un raduno gastronomico di qualità nei nostri agriturismi di successo.

E’ una prima seria risposta, con  una dose di vera  rivoluzione civile e copernicana.

mauro.armando.tita@alice.it

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