I fratelli Suozzi prosciolti da un’infamante accusa

(Sei anni di processo e perizia balistica per una pistola giocattolo)

Articolo pubblicato sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 10 aprile 2012

di FABIO AMENDOLARA

Secondo i carabinieri possedevano un’arma ad avancarica prodotta prima del 1890.

Una pistola non denunciata e, per questo motivo, clandestina.

Un capo d’imputazione di due righe dattiloscritte proprio sotto i loro nomi e sotto il simbolo della Repubblica italiana riassume l’accusa: «Detenzione illegale di arma».

Ma era un giocattolo.

Loro lo hanno detto, ribadito e dimostrato.

Nonostante ciò hanno subìto un lungo ed estenuante processo che si è concluso dopo sei anni con l’assoluzione.

È una disavventura giudiziaria quella che racconta la sentenza di «non luogo a procedere» scritta dal giudice di Melfi Amerigo Palma.

Gli imputati erano due ragazzi di Ruvo del Monte: Domenico e Sebastiano Suozzi, classe 1973, gemelli.

Sul faldone che contiene i numerosi documenti (informative, note inviate dai carabinieri al pubblico ministero, notifiche) finiti tra gli atti dell’inchiesta un cancelliere ha annotato: «Processo Suozzi più uno».

Da qualche settimana quel raccoglitore di fascicoli è finito nell’archivio della Procura di Melfi.

onteneva anche la consulenza di un perito balistico che il difensore dei due ragazzi, l’avvocato Giustino Donofrio del foro di Melfi, è stato costretto a chiedere per evitare che la situazione diventasse ulteriormente rischiosa per i suoi assistiti.

«Si vedeva a prima vista che era un giocattolo», conferma chi ha potuto vedere l’arma.

Eppure nel 2006 ci fu un sequestro.

E i due ragazzi rischiarono l’arresto.

La riproduzione – che non è neanche di pregio – era ben esposta sul caminetto della loro abitazione di Ruvo del Monte.

I carabinieri della locale stazione la scambiarono per un’arma vera e funzionante e gliela portarono via.

Cominciò così per i due ragazzi il lungo calvario giudiziario. Prima l’avviso di garanzia. Poi la convocazione per l’interrogatorio.

Poi l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

E nonostante l’interrogatorio e le memorie presentate la Procura chiese di rinviare a giudizio i due indagati.

È stato allora che l’avvocato ha chiesto di sottoporre il giocattolo a perizia per stabilire la sua natura e la funzionalità.

Scrive il giudice nella sua sentenza: «Il perito, verificato il reperto a lui consegnato nel corso dell’udienza, ha concluso che non si tratta di un’arma ma di un mero simulacro inerte». Un giocattolo.

Che i due ragazzi potranno esporre di nuovo sul camino. Dopo sei anni di processo.

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