Presentato a Rapolla “La mia vita, tra delusioni, amore, lavoro e arte”, romanzo autobiografico di Pasquale Campagna, in arte “Il Madonnaro”

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Il 22 giugno sorso, presso il patio del Mango’s Tropical Café, di Rapolla, in una cornice di pubblico qualificato, è stato presentato il 3° libro di Pasquale Campagna, intitolato “La mia vita, tra delusioni, amore, lavoro e arte”, romanzo autobiografico di 278 pagine, edito da Villani Editore, Potenza, 2023, Euro 18,00, con nota finale di Rossella Calderone, fondatrice e Presidente del Concorso Artistico-letterario internazionale “Engel von Bergeiche ” che ha scoperto e lanciato questo artista eclettico.

A discettare sulla pubblicazione, fresca di stampa, oltre al suo autore: l’alter ego dell’articolista-recensore, autore della prefazione previo “risciacquo in Arno”; l’ex colonnello dei Carabinieri, dr. Mario Tusa ( capogruppo consiliare al Comune di Rapolla); il prof. Giustino Setteducati (caporedattore della rivista ”L’Attualità”); Gianni Leggieri (consigliere regionale); l’ins. Anna Competiello ( operatrice culturale); l’editore Franco Villani e, last but not least, l’avv. Aurelio Pace ( politico di lungo corso) al quale è toccato trarre le conclusioni. Erano presenti Rossella e Donato Campagna, figli dell’artista, e la nipote Martina, che ha letto due poesie del nonno. Tutti gli interventi, coordinati da Antonio Petrino, hanno tratto spunto dall’introduzione-prefazione (pagg. 3-5), ripetuta brevemente anche in quarta di copertina dal prestigioso editore Franco Villani, e adottata dagli stores nazionali (Mondadori, La Feltrinelli, Libreria Universitaria etc.) nella loro pagina di vendita. Eccone il testo integrale, a beneficio dei lettori:  

                        PREFAZIONE

“Storia di una vita, tra delusioni, amore, lavoro e arte”, titolo del 3° libro di Pasquale Campagna, in arte il Madonnaro, rappresenta uno spaccato genuino della società di una volta, quando la cosiddetta “società dei consumi” non aveva ancora preso il sopravvento e ci si accontentava del poco che si aveva, senza ricorrere al superfluo, in una corsa sfrenata e senza fine come accade, purtroppo, oggi.

Attraverso un registro linguistico di livello medio, quasi privo di sofismi, forestierismi e arzigogoli, Pasquale Campagna ci porta avanti e indietro nel tempo, a bordo della sua ideale “macchina del tempo”, per portare il lettore a spasso tra le varie epoche, mettendolo in guardia, bonariamente, dalle facili illusioni che il mondo contemporaneo della modernità tecnologica tenta ad ogni costo di conculcargli.

La descrizione minuziosa delle attività agricole, o “della campagna”, come preferisce dire il nostro Pasquale, attraverso un linguaggio essenzialmente referenziale, caratterizza l’intero corpus narrativo, ricco di particolari spesso inediti, all’insegna di un’icasticità naturale, spontanea, sincera, non artefatta. E tutto questo deriva dal fatto che il Campagna, cristiano convinto e cattolico praticante, è un personaggio autenticamente genuino, come la sua narrazione, non ancorata alla vacua retorica, oggi tanto di moda. A volte, egli, convinto, o nel dubbio di essere stato poco chiaro nella narrazione dei fatti, ricorre ad una sorta di “repetita ad adiuvandum”, temendo di non essere creduto nel suo “storytelling”, evocando il mito di Cassandra.

Il grande interesse per la paremiologia porta “nonno” Campagna a sciorinare, spesso e volentieri, proverbi adatti al contesto descritto, alternati a poesie tematiche, come pezze d’appoggio utili a suffragare le sue tesi, frutti dell’esperienza multisettoriale maturata attraverso il lavoro e l’arte, dove dimostra una predisposizione genetica, come direbbe H. Gardner, in particolare per la scultura lignea e la pittura, spesso sacra, coltivate sin da giovane, da autodidatta, nei momenti di riposo dai “lavori della campagna”.

Pasquale Campagna, che non offenderebbe nessuno, se lo chiamassimo con l’appellativo di “maestro”, è un self-made man di 85 anni, ricco di autostima, dote che gli ha permesso di superare le avversità che ha dovuto affrontare nel corso della sua vita, fino ad oggi: la povertà, la II guerra mondiale, l’emigrazione, le malattie in famiglia, i problemi derivanti dalla sua vedovanza, la pandemia ecc.

Tra le righe di “Storia di una vita” emerge a chiare lettere il suo rammarico di non aver potuto studiare, come avrebbe ardentemente voluto a tempo debito, perché, essendo stato respinto in II Media (un déjà vu ricorrente, quando, in Italia, non esisteva ancora la Scuola dell’obbligo, e le bocciature facili erano “privilegi” esclusivi dei figli della plebe), venne destinato per punizione, nomen omen, proprio alla campagna, ed impedito, di conseguenza, di assecondare le sue passioni poetiche e letterarie.

Leggendo il libro autobiografico di questo poliedrico, arzillo ultraottantenne avvezzo alla saggezza, strenuo difensore della famiglia tradizionale, si respira l’aria pura di una volta, non impregnata di egoismo, egotismo, edonismo e qualunquismo, fonti non secondarie della violenza domestica ed extradomestica caratterizzanti questa società “liquida” avente per base il denaro e per altezza l’oscenità del costume e del linguaggio, verbale e non verbale, individuale e collettivo. In ultima analisi, se un gruppo rock italiano è diventato superfamoso vincendo il Festival di Sanremo, e addirittura l’Eurovision Song Contest, cantando a squarciagola il mea culpa: ”Siamo fuori di testa”, vuol dire che i moniti lanciati in questo testo vanno raccolti, perché il problema è serio, molto serio.” Questo prodotto editoriale made in Basilicata, si può acquistare on line, presso i rivenditori nazionali, usufruendo di Bonus cultura, Carta del docente etc.

                                                        Prof. Domenico Calderone

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2 Risposte
  1. Enza

    Buon giorno, condivido con quello che ha scritto il sig Tita. Avete dei magnifici castelli con annessi musei, dovete sistemare le strade e fare un sentiero tra i magnifici Borghi, es Santiago di Compostela o come la via Francigena, i turisti verranno. Cambiate le mentalità, osservate quello che hanno creato a Matera
    A presto

  2. Giuseppe Giannini

    In mezzo a tanta confusione approcciarsi ad un tipo di lettura che ci parla di un mondo che sta (letteralmente) scomparendo può rinvigorire.Al giorno d’oggi sono più quelli che scrivono (senza cognizione di causa) rispetto ai veri lettori. E quindi il pensiero critico viene meno.Abituati ad una vita veloce anche tutto il resto ne risente.Qui non si tratta più nemmeno della semplice società consumistica, che ha omologato verso il basso, ma della incapacità di incidere sulla realtà.La Lucania, caratterizzata da posti piccoli ed una tradizione contadina è stata completamente assorbita da una visione altra, di amministratori e pseudointellettuali organici, che per giustificare lo stato di cose presente, invece di recitare mea culpa, fanno abile sfoggio di retorica,utilizzando i soliti slogan buoni per ogni stagione: il turismo, i giovani, e via dicendo. E intanto loro fanno i relatori o presiedono ad iniziative culturali ma sono stipendiati e parte integrante del sistema di potere.A proposito di giovani, sono le vittime sacrificali di questo mondo malato e ipercompetitivo, formato da progenitori avidi ed insensibili, che riduce sempre più gli spazi di agibilità. E quindi, in costante ricerca di modelli e figure di riferimento, sono allo sbando.Riguardo ad esempio al famoso gruppo citato dal professore Calderone, bisognerebbe avere uno sguardo meno miope.Possono piacere o meno ma vanno giudicati per quello che hanno da dire.Da un punto di vista strettamente musicale,la loro è una miscela per niente originale (attingendo all’immaginario hard rock e glam degli anni’70), ma che vuole essere provocatoria, distanziandosi da un finto perbenismo, da qui il “siamo diversi da loro”.Pur non apprezzandoli, non me la sento di stroncarli, almeno sanno suonare, a differenza di tante altre star di quella cosa, che non è musica, e che si chiama trap.E se il giudizio riguarda la loro vita privata, penso che gli autori vanno valutati su ciò che hanno da comunicare.D’altronde la storia della letteratura, della musica e delle arti è piena di artisti appunto “sbandati”, drogati, alcolizzati e trasgressori di un certo perbenismo, che ricordiamo per i loro lasciti e non per l’aspetto o le provocazioni.Un atteggiamento da bigotti, che censura e fa finta di scandalizzarsi, ma accetta programmi per famiglie diseducativi e conduttori “borghesi”, direttori di orchestra e imprenditori per bene, a loro volta spesso cocainomani o soggetti ad altre dipendenze, ma che appaiono presentabili per rassicurare quelle masse uniformate da disciplinare ed asservire.

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