Piacevole e ben riuscita presentazione di “Caffè Gambrinus” di Amelia Squillace!

E’ stato un bel pomeriggio, quello di giovedì 23 luglio, di festa, di gioia e di commozione: Amelia Squillace, napoletana di nascita ma da oltre vent’anni residente a Ruvo, ha presentato alla comunità del piccolo borgo la sua terza opera letteraria, il delizioso romanzo “Caffè Gambrinus”, davanti ad un bel pubblico, riunito nel Centro Sociale ruvese, nell’ambito dei “Venerdì al Museo”, edizione 2020, organizzati dal Museo Parrocchiale di Arte Sacra, Civiltà Contadina e della Memoria Storica Ruvese, con un evento accuratamente preparato dalla prof.ssa Lucia Cefola. I numerosi interventi – della prof.ssa Cefola, della sottoscritta, del prof. Domenico Calderone, dell’avv. Aurelio Pace, del Parroco di Ruvo, prof. don Gerardo Gugliotta – le conclusioni dell’Assessore alla Cultura, geom. Raffaele Mira, e i ringraziamenti dell’Autrice si sono alternati alla bella musica, con la fisarmonica di Nicola Suozzi e i canti di Assunta Gallo e di Maria Ferrieri, e alle recitazioni di Domenico Grieco, che con passione ha introdotto i numerosi presenti nel vivo dell’atmosfera del romanzo di Amelia Squillace.

Amelia Squillace (a destra) e Lina Spedicato

Un romanzo – come ha sottolineato la prof.ssa Cefola – dal quale traspare la grande fantasia di Amelia, persona meravigliosa e solare, e che unisce due realtà opposte – una metropoli come Napoli e un piccolo borgo come Ruvo – in un cammino inverso rispetto a quello del grande scrittore e politico lucano Rocco Scotellaro, nel quale Amelia passa dalla città al paesino. Nelle sue pagine Amelia sussurra la sua nostalgia, la stessa che ha accompagnato i nostri emigranti, partiti in cerca di una vita migliore e che talvolta hanno invece trovato la morte sui nuovi luoghi di lavoro o negli interminabili viaggi per raggiungerli, come le cinque vittime ruvesi nel naufragio del transatlantico “Andrea Doria” (26 luglio 1956, a seguito dello speronamento della “Stockholm”, 46 morti), tragedia che segnò la vita della comunità.

Il tavolo degli interventi
Da sinistra: Lina Spedicato, Amelia Squillace, Aurelio Pace, Lucia Cefola, Raffaele Mira e Domenico Calderone

La sottoscritta ha evidenziato come Amelia, con la sua non comune sensibilità – e aiutata dalla sua “penna magica” – riesca a trasmettere emozioni, traendole da tutto ciò che la circonda, in primo luogo dalla Natura, e riuscendo a vedere il bello anche dove questo non c’è: i suoi occhi sanno infatti cogliere la meraviglia anche nella fatica, nel dolore e nella solitudine. Per Amelia è essenziale il rispetto, di tutti e di tutto, che si manifesta attraverso l’amore, l’unico sentimento che secondo l’Autrice può salvare. I tanti sogni di Amelia diventano vivi e reali nei suoi racconti e nelle poesie, e ne fanno una valida “narratrice di narrazioni”.

Nicola Suozzi, alla fisarmonica, Assunta Gallo e Maria Ferrieri

La giustapposizione di narrazione e poesia in un contesto autobiografico è stata evidenziata dal prof. Domenico Calderone, insieme al lessico semplice che facilita la lettura del romanzo, coinvolgente e godibile, in cui il verismo dell’Autrice ben si fonde alla “fiction”. E dal “Caffè Gambrinus” di Napoli – uno tra i più famosi d’Italia, dove hanno sostato grandi personalità italiane e straniere per gustarne il celebre e profumato caffè – parte la trama avvincente ed empatica del romanzo, in cui l’Autrice racconta le due fasi, quella napoletana e quella ruvese, della propria esistenza.

Il pubblico in sala

Vibrante e appassionato l’intervento dell’avv. Aurelio Pace in difesa della “lucanità”: il lucano ha scelto di non avere confini e di confrontarsi con gli altri. E Amelia, lucana di adozione, ne è la rappresentante. I lucani sono stati al centro del mondo, per la cultura: nel lontano passato, con Federico II, che in queste terre promulgò nel 1231 le Costituzioni di Melfi e, in un passato più recente, con Evan Hunter/Ed McBain, che ha portato la sua “lucanità”, ereditata dall’amato nonno ruvese, nel genere “giallo”.

La copertina del libro

La cultura e la bellezza di questi luoghi impervi non scoraggiarono neppure gli aristocratici anglosassoni, che nel 1600 intraprendevano il loro “Grand Tour”, dopo aver redatto testamento per i rischi connessi ai loro pericolosi viaggi, in una terra che, se non ha il mare, ha montagne che accolgono calorosamente chi vi approda. Terra definita spesso, ingiustamente, “di briganti”: e l’avv. Pace ha ringraziato Amelia per aver recuperato nel suo scritto, con rispetto, la nostra Storia.

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