La Psicologia al servizio del lavoro. “Il ruolo della leadership motivazionale nel benessere lavorativo” è la tesi di laurea triennale discussa il 20 luglio,2023, da Roberto Antonio Ferrieri, operatore della vigilanza alla Stellantis di Melfi.  

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Il conseguimento di una laurea è sempre motivo di orgoglio per chi raggiunge l’obiettivo ed i suoi parenti, maxime se poi il neolaureato è uno studente lavoratore di 37anni, come Roberto Antonio Ferrieri, geometra di formazione, di professione Direttore di centrale operativa, specializzato in tutti i rami della sicurezza, in possesso di certificato ECDL Core Level e conoscitore di tutti i pacchetti informatici, delegato sindacale UIL-TUCS, presso la Stellantis di Melfi, nonché autorevole arbitro di calcio, iscritto all’A.I.A, Figc, e cintura nera di Kick boxing 1° DAN. E’ questo uno dei casi in cui il ricorso alle Università a distanza, tanto criticate, è più che giustificato, rappresentando l’ancora di salvezza per coloro che non possono frequentare i corsi in presenza. L’ateneo in oggetto è l’Università telematica IUL di Firenze. E il corso di studio triennale è in “Scienze psicologiche delle risorse umane, delle organizzazioni e delle imprese”: attualissimo nell’epoca del fordismo-taylorismo, gravato dal just in time da “Tempi moderni” di Chaplin. E’ la prima volta che ci giunge una tesi di laurea di tale tipologia, e notiamo subito trattarsi di un’opera snella di 37 pagine, scritte, noblesse oblige, in un registro linguistico ricco di anglicismi, assurti ad idioletti e socioletti, che spaziano dalla Psicologia alla Sociologia, intitolata “Il ruolo della leadership motivazionale nel benessere lavorativo”. L’opera è stata discussa con grande successo il 20 luglio, in praesentia, presso la sede fiorentina dell’Ateneo-Centro di Ricerca Indire, al cospetto della relatrice, Chiar.ma Prof.ssa Anna Tancredi. Il primo dei quattro capitoli, intitolato “La motivazione”, pagg. 4-11, pone l’accento sulla definizione stessa del termine, e sulle implicazioni che essa ha rispetto al benessere psicofisico del singolo dipendente e, di riflesso, sull’efficienza produttiva dell’azienda dove egli lavora. Il 2° capitolo (pagg. 11-16) richiama l’attenzione sul “concetto di clima organizzativo” in rapporto alle proprie peculiarità, e alle fasi che ne descrivono la costruzione. Nel 3° capitolo (pagg. 16-25), vengono esaminate alcune forme di “leadership”. Last but not least, il 4° capitolo (pagg. 25-29) verte sull’engagement, altro termine tecnico polisemico a significare, nella fattispecie, impegno (morale): dall’inglese ”to engage”. Entrando nel merito dell’elaborato, definibile antropocentrico, notiamo, infatti, con piacere, che l’intero corpus narrativo pone finalmente al centro il lavoratore, spesso negletto, a beneficio del quale analizza la relazione causa-effetto tra leadership ed engagement, ai fini del raggiungimento di un sufficiente well-being in ambito lavorativo. Particolare attenzione è dedicata anche al “clima organizzativo” instaurato dalle figure di comando ai vari livelli. Interessantissima, a questo proposito, è la famosa “Piramide dei bisogni”, elaborata da Maslow nel 1954, ma più che mai attuale, che categorizza le principali necessità umane, in senso ascendente, asserendo che: “I bisogni di ogni livello devono essere soddisfatti, affinché quelli di livello superiore possano manifestarsi” (pagg. 6-7). Si parte, infatti, dai “Bisogni fisiologici”: respiro, alimentazione, sesso, sonno etc. per passare al gradino superiore della “Sicurezza”: fisica, morale, salute, proprietà etc. e poi dell’”Appartenenza”: amicizia, affetto, identificazione etc. Il penultimo gradino è rappresentato dalla “Stima”: autostima, riconoscimento, prestigio etc. e al vertice della piramide troviamo l’”Autorealizzazione”, che corrisponde, in pratica, all’accettazione di sé. Importante, a questo proposito, c’è sembrato il paragrafo 1.3, dedicato alla “Teoria dei fattori igienici e motivanti di Herzberg” (pagg. 7-9) laddove si riporta che: “ (…) per soddisfare i bisogni occorre avvalersi dello job enrichment, che consiste nell’introduzione di nuove mansioni lavorative con differenti gradi di responsabilità, al fine di mantenere elevata la motivazione di quelle persone che per diversi motivi, ad es. un titolo di studio non adeguato, non hanno accesso agli itinerari di carriera”, richiamando la “Teoria dei bisogni” di Maslow, per le diverse corrispondenze. Chiudiamo questa esegesi accennando al capitolo denominato “Engagement vs. commitment: due stimoli fondamentali “ (pag.27), dove si afferma che: “Il commitment organizzativo può essere definito come il legame che s’instaura tra un lavoratore e la propria organizzazione, tale da rendere meno frequente l’abbandono volontario di quest’ultima”. Crediamo che ciò possa bastare a qualificare questa tesi di laurea “smart”, che il neodottore Ferrieri ha dedicato alla memoria di suo padre Salvatore, onesto imprenditore e genitore di ben 10 figli! Ad maiora!

                                                        Prof. Domenico Calderone

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3 Risposte
  1. Roberto

    Buonasera, nel leggere ciò che il Professore ha scritto, devo ammettere che non ho trattenuto l’emozione.
    Il Professore ha colto a pieno il senso del mio lavoro, soffermandosi in maniera eccellente sui temi ed i concetti, nonché sui costrutti fondanti di tale lavoro.
    Grazie.
    Dott. Roberto Antonio Ferrieri

  2. Giuseppe Giannini

    Innanzitutto, faccio i miei complimenti al neo dottor Ferrieri.Il tema trattato nella tesi da luogo ad innumerevoli spunti di riflessione.Fordismo e taylorismo sono termini che appartengono al secolo scorso: la produzione in serie, la catena di montaggio e la formazione-addestramento al lavoro, per quanto alienanti e ripetitive, perchè ancorate ad una spietata concorrenza fra capitalismi nazionali, avevano un risvolto positivo, almeno esteriormente, in quel salario dignitoso, che consentiva alla classe operaia ( che come movimento di massa non esiste più) di avere l’illusione di entrare a far parte della società consumistica, potendo comprare tutti quei beni (dalla tv, alla lavatrice) una volta simboli della società borghese. Alla questione forse si avvicina di più il toyotismo, che con riguardo alla parcelizzazione delle produzioni, alle delocalizzazioni e precarizzazione-reificazione, ha lo scopo di introiettare la mentalità di tanti piccoli leader in concorrenza fra loro, attraverso la spinta motivazionale, che rischia di diventare un paradosso quando per fronteggiare le aspettative (come sa chi ha letto qualche libro di economia politica) crescenti di un mercato impazzito e sempre più deregolamentato, i lavoratori diventano merce scambiabile e da (s)premere per i vantaggi dei manager e del branding aziendale.La storia della Fiat-Chrysler-Stellantis è paradigmatica dello sfruttamento in senso lato del mondo del lavoro (dalle gabbie salariali, alla aziendalizzazione dei contratti, alla riduzione dei minuti delle pause per il recupero fisiologico e psichico) per non parlare di quanto accaduto in questi trent’anni a Melfi, e che tutti coloro che vivono in questi territori, dai cittadini agli amministratori conocono: raccomandazioni,corruzione di sindacalisti collaborativi con l’azienda in cambio di prebende personali, contrabbando e smercio di ogni tipo di prodotto, prostituzione…).Ad i nostri media affini al potere, piace invece raccontare un’altra storia, tendente a magnificare l’operato di un’azienda, che ricordiamo continua a ricevere vantaggi dai singoli governi (in piena pandemia il governo Conte ha elargito miliardi che poi sono stati divisi fra gli azionisti) ma da Marchionne in poi ha la sede legale/fiscale altrove.Per cui, il discorso relativo alla leadership nell’interesse dei lavoratori, dovrebbe fungere da traino per un ribaltamento di prospettiva.Non ho mai amato le leadership, preferisco l’autorevolezza, il riconoscimento dalla base (e ciò riguarda anche un sindacalismo diverso, non calato dall’alto ma sociale) di tutti coloro che, veramente partecipi e vicini alle problematiche lavorative e non, sono in grado si di dare dignità alle persone e al concetto stesso di lavoro.

  3. Giuseppe Giannini

    Innanzitutto, faccio i miei complimenti al neo dottor Ferrieri.Il tema trattato nella tesi da luogo ad innumerevoli spunti di riflessione.Fordismo e taylorismo sono termini che appartengono al secolo scorso: la produzione in serie, la catena di montaggio e la formazione-addestramento al lavoro, per quanto alienanti e ripetitive, perchè ancorate ad una spietata concorrenza fra capitalismi nazionali, avevano un risvolto positivo, almeno esteriormente, in quel salario dignitoso, che consentiva alla classe operaia ( che come movimento di massa non esiste più) di avere l’illusione di entrare a far parte della società consumistica, potendo comprare tutti quei beni (dalla tv, alla lavatrice) una volta simboli della società borghese. Alla questione forse si avvicina di più il toyotismo, che con riguardo alla parcelizzazione delle produzioni, alle delocalizzazioni e precarizzazione-reificazione, ha lo scopo di introiettare la mentalità di tanti piccoli leader in concorrenza fra loro, attraverso la spinta motivazionale, che rischia di diventare un paradosso quando per fronteggiare le aspettative (come sa chi ha letto qualche libro di economia politica) crescenti di un mercato impazzito e sempre più deregolamentato, i lavoratori diventano merce scambiabile e da (s)premere per i vantaggi dei manager e del branding aziendale.La storia della Fiat-Chrysler-Stellantis è paradigmatica dello sfruttamento in senso lato del mondo del lavoro (dalle gabbie salariali, alla aziendalizzazione dei contratti, alla riduzione dei minuti delle pause per il recupero fisiologico e psichico) per non parlare di quanto accaduto in questi trent’anni a Melfi, e che tutti coloro che vivono in questi territori, dai cittadini agli amministratori conoscono: raccomandazioni,corruzione di sindacalisti collaborativi con l’azienda in cambio di prebende personali, contrabbando e smercio di ogni tipo di prodotto, prostituzione…).Ad i nostri media affini al potere, piace invece raccontare un’altra storia, tendente a magnificare l’operato di un’azienda, che ricordiamo continua a ricevere vantaggi dai singoli governi (in piena pandemia il governo Conte ha elargito miliardi che poi sono stati divisi fra gli azionisti) ma da Marchionne in poi ha la sede legale/fiscale altrove.Per cui, il discorso relativo alla leadership nell’interesse dei lavoratori, dovrebbe fungere da traino per un ribaltamento di prospettiva.Non ho mai amato le leadership, preferisco l’autorevolezza, il riconoscimento dalla base (e ciò riguarda anche un sindacalismo diverso, non calato dall’alto ma sociale) di tutti coloro che, veramente partecipi e vicini alle problematiche lavorative e non, sono in grado si di dare dignità alle persone e al concetto stesso di lavoro

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