Archeologia e Storia antica a Ruvo del Monte

(Libro-Documento)
A cura di Don Gerardo Gugliotta

 

Ristampa dello studio di A. Bottini: “Ruvo del Monte (Pz) – Necropoli in contrada S.Antonio: scavi 1977”.
Estratto da “In notizie degli scavi di antichità,1981 – Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 1982, pp.183-288”

 

PRESENTAZIONE

Ritornare alle origini, riscoprire le proprie radici, partecipare il sapere mi hanno spinto a interessarmi di ricerca archeologica fin dai tempi della giovinezza ed, al presente, a far conoscere la preziosa opera del Dott. Angelo Bottini sulla necropoli di Ruvo, pubblicata negli “Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei” nel 1982, facendomi carico di tutte le spese necessarie.

L’opera estratta dal grosso volume d’Archivio potrà essere fra le mani di quanti intendono informarsi sulla inestimabile ricchezza rappresentata dai corredi funerari delle tombe della necropoli fatta oggetto di scavi nel 1977.

Gli scavi realizzati anche negli anni seguenti sono stati limitati all’area adiacente il Convento Sant’ Antonio, ma è interessata tutta la collina che sovrasta l’attuale centro abitato, della lunghezza di circa un km, dal colle Sant’Antonio a quelli di San Nicola e Sant’Andrea, compresa la dorsale dei colli, a destra e a sinistra della strada che li attraversa.
Si tratta della zona archeologica più rilevante, che comprende la contrada “Ningola”, la Torre, Piano Maricco, la zona Pezzilli, Toppo Castellara, fino a toccare la strada Provinciale “Campana 2” nelle due direttrici, sia verso Rapone che verso San Fele.

Anche nelle contrade Toppo Rotondo, Toppo Sant’Elia, Bucito, Serra del Salice, Cupone, Cerrutolo, La Difesa e nelle vallate fluviali sono stati rinvenuti numerosi frammenti di ceramica antica e resti di tombe.
Numerosi sono gli elementi di costruzione soprattutto mattoni, tegole e parti ornamentali come antefisse: i numerosi pesi da telaio e “distanziatori” in terracotta sono sicuro indizio della presenza di fornaci in varie località.

L’area da esplorare è vastissima: resta aperta la speranza di rinvenire almeno parte delle strutture murarie nascoste nel sottosuolo, relative a insediamenti stabili, che mattoni e tegole presuppongono, in parte, molto probabilmente, utilizzate nell’impianto del convento, al centro della necropoli in parte esplorata, o distrutte dallo sfruttamento agricolo del suolo.

Il sito archeologico dei colli di Ruvo, che sovrasta, oggi, il medioevale centro abitato, nell’età arcaica ( VII – V secolo a.C.) si trovava al centro dell’ampio territorio, ripartito in seguito nei comuni limitrofi di origine medioevale.

I corredi funerari delle circa 160 tombe, scavate sul colle di Ruvo dal 1977 in poi, si trovano nel Museo Nazionale del Melfese, che ha sede nel Castello di Federico II a Melfi: alcuni, fra i più significativi, restaurati e corredati da fotografie e da grafici, vi sono esposti in opportuna armonia.

La presente pubblicazione del Bottini, riguardante parte dei primi scavi, evidenzia l’inestimabile valore del patrimonio archeologico, che la comunità di Ruvo non conosce e non apprezza ancora a sufficienza.

Si tratta della ricerca specialistica con il suo lento e arduo processo di ricostruzione, della elaborazione scientifica del noto studioso, ormai da tutti riconosciuto, delle civiltà antiche.

Nello studio viene evidenziata l’esistenza di stretti legami dell’insediamento arcaico di Sant’Antonio di Ruvo sia con le aree lucane più occidentali (Vallo di Diano), sia con la zona del potentino centrale, a sua volta connessa con la Peucezia. Non mancano espliciti riferimenti da un lato al mondo greco-coloniale, data la regolare presenza nei corredi di ceramica d’importazione o di imitazione, dall’altro all’ambiente ofantino (della cultura di Cairano – Oliveto Citra) e alla Daunia.

Grazie alla vasta documentazione archeologica è stato anche possibile comprendere la specifica funzione assolta da Ruvo, nel periodo arcaico, come via interna di transito del commercio e come località interna di produzione della terracotta e della ceramica con proprie fabbriche e relativo mercato.

In epoca storica si sono avute due distinte fasi di frequentazione sul colle S. Antonio con la necropoli nel periodo arcaico (VII-V sec. a.C.) e l’abitato alla fine del IV secolo a.C.; per il ritrovamento di nuclei e strumenti di selci viene ipotizzato anche un insediamento neolitico.

Con il sovrapporsi dell’abitato alla necropoli sistematicamente saccheggiata si delinea il declino del mondo di impronta arcaica, investito da una crisi dovuta alla penetrazione delle genti osche, al sopraggiungere di popolazioni sannitiche, la cui stirpe aveva avuto origine verso il VI-V secolo a.C., a seguito del movimento migratorio attraverso gli Appenini e della fusione con le genti preesistenti.

I Sanniti,”a Sabinis orti”,cioè discendenti dai Sabini, parlavano la lingua osca e dal V secolo a.C. si espansero attraverso varie migrazioni e occuparono vasti territori dell’Italia centro-meridionale (Molise, Sannio, Irpinia, Alta Lucania, parte dell’Abruzzo, Basso Lazio e Campania fino a Capua), con graduale processo di integrazione e assimilazione.

In questo contesto sono da tener conto anche le narrazioni del “Ver Sacrum” (primavera sacra), in cui leggenda e storia si mescolano per dipingere una delle vicende più affascinanti della storia delle popolazioni italiche degli Osco-Umbro-Sabelli e degli stessi Sanniti: la Primavera Sacra era una ricorrenza rituale celebrata in occasione di calamità o momenti difficili e consisteva nell’offerta alle divinità dei primogeniti nati nella primavera (dal 1° marzo al 1° giugno).

Gli animali venivano effettivamente sacrificati, mentre i bambini, giunti all’età dell’adolescenza, venivano fatti emigrare per formare una nuova comunità.

Il sistematico saccheggio che ha interessato gran parte delle tombe nel corso del IV secolo a. C., quando nell’area della necropoli si insedia un abitato, costituisce la prova che i Sanniti, sopraggiunti dalla Campania interna, si appropriarono del sito indigeno di Ruvo, portando con sé anche il nome, tramandato, in seguito, dagli scrittori latini: “Rufrium”(s.)/ “Rufria”(pl.); “Rufra”(s)/ “Rufrae” (pl.),sul cui significato etimologico sono da superare le interpretazioni discordanti del passato, nella considerazione che l’etimo “Rufriun” // “Rufra” ha origine osca, dalla radice “Rufru”=rosso, che richiama l’aggettivo latino “Ruber – Rubra – Rubrum” = rosso, da cui Ruvo, con le evidenti trasformazioni proprie della trasmissione linguistica nel tempo.

Cluverio, studioso delle antichità d’Italia, nella sua opera “Italiae antiquitates” del 1694, fu il primo erudito a identificare Ruvo con una città sannitica, quella stessa che è presente negli scrittori antichi, Virgilio (Eneide, VII, 739),Tito Livio (Ab urbe condita, VIII, 25), Silio Italico (Punica, lib. VIII).

La presenza di una città con lo stesso nome nel Sannio antico o Campania interna non contrasta con quella ubicata nella località di Ruvo: l’emigrazione di popolazioni dalla sede originaria sannitica al primitivo sito indigeno di Ruvo creò un così forte legame che fu espresso anche nel nome dato all’abitato, secondo la consuetudine in base alla quale gli abitati venivano denominati dai loro fondatori, possessori o conquistatori.

Ruvo del Monte 28 luglio 2013

Don Gerardo Gugliotta

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