La Brigantessa disprezzata, disconosciuta e ripudiata

Se “aleggia” la paura di uno scarso peso politico della Basilicata(vedi l’editoriale di Massimo Brancati del 1 febbraio 2021)se nutriamo seri dubbi sulla presenza del vecchio, coraggioso e determinato Popolo di Terzo Cavone (vedi articolo a mia firma pubblicato sulla Gazzetta del 26 gennaio scorso) lo dobbiamo a una “memoria paralizzante” frutto delle feroci repressioni militari piemontesi durante il brigantaggio. (vedi L. 1409 del 15 agosto 1863, meglio nota come Legge Pica) E’ la perspicace tesi sostenuta qualche settimana fa dal caro amico Andrea Di Consoli (…con il quale abbiamo condiviso tanti reportage e tanti editoriali per oltre dieci anni nella stessa Comunità giornalistica ).

Le brigantesse con Maria Giovanna Tito sdraiata

A tal proposito nell’ultimo numero della prestigiosa rivista bimestrale “Conoscere La STORIA”(febbraio-marzo 2021) Sprea Editori, si riparla insistentemente di Carmine Crocco e delle Brigantesse Filomena Pennacchio, Giuseppina Vitale e Maria Giovanna Tito immortalate in una foto che ha fatto il giro del mondo in tante Mostre fotografiche aventi per oggetto il Brigantaggio.

Maria Giovanna Tito nativa di Ruvo del Monte, mia ava, è quella sdraiata, la più bella del Gruppo(consentitemi un po’ di “partigianeria” familiare).

A conferma della presenza dei Tito a Ruvo del Monte, le “Notizie Storiche” di Mons. Giuseppe Maria Ciampa richiamano alla memoria l’Arciprete Don Raffaele TITO vissuto nel milleseicento.

Conosciamo il saccheggio e il massacro compiuto dalla sanguinaria Banda Crocco in quel di Ruvo del Monte.

Maria Giovanna Tito ragazza bella e prosperosa venne rapita e sedotta da Carmine Crocco.

Ridotta in stato di schiavitù e costretta a seguirlo nelle sue azioni brigantesche finisce per innamorarsene per quella condizione psicologica che oggi è classificata come “Sindrome di Stoccolma”.

Il dramma delle Brigantesse è dramma dell’equilibrio familiare , dramma di madri senza più figli, è dramma di donne disperate che ribaltano il ruolo stereotipo di rassegnazione e di sudditanza della donna meridionale dell’ottocento. Queste donne determinate si dimostrano capaci di affiancare con coraggio i propri uomini e di partecipare attivamente alle rivolte contadine dell’epoca.

Maria Giovanna Tito abbandonata da Crocco continuò ad operare nelle bande “brigantesche” fino al 1864 quando fu arrestata su delazione di Filomena Pennacchio.

Memorabile fu la sua partecipazione al conflitto contro il 20° Battaglione Bersaglieri di Piemonte e contro gli Ussari di Piacenza presso Calitri l’8 Maggio 1863. Non tradì mai, scontò i suoi anni di galera in un “religioso” silenzio senza mai manifestare alcun pentimento.

Fu una fedelissima. Perfida e determinata in “battaglia” si comportò da vera sanguinaria tanto da meritare l’appellativo di “ Iena”. Ripudiata e disconosciuta con disprezzo dalla famiglia, la Storia e la Comunità ruvese persero le sue tracce. Ora grazie alle fonti storiche dettagliatamente analizzate possiamo svelare l’arcano e risolvere definitivamente il mistero della modifica del cognome da Tito a Tita avvenuto nel lontano 1865. Sono stati i miei avi a prendere le distanze e a voler cancellare “l’ignominia” di quel cognome. Non ci fu alcun refuso anagrafico. Il “pungente e acuminato “commento di mio Nonno Mauro lo conferma amaramente: “Maria Giovanna Tito non ci appartiene, hanno fatto bene i nostri congiunti a disprezzarla e a disconoscerla…I parenti che io riconosco sono i miei nipoti …Mauro Tita, affermato Notaio a Firenze e Michele Tita, Alto Magistrato a Torino”.

La storia del nostro cognome modificato è strettamente connesso con la nostra ava, la Brigantessa Maria Giovanna Tito e al suo conseguente arresto, avvenuto alla fine del novembre del 1864.

Non è deduzione è l’estremo tentativo “riuscito” di raccontare un maldestro riscatto familiare dopo anni di sofferenza…”indotta”. Ho cercato di conoscere e scoprire gli eventi storici accaduti nel nostro “autoctono” passato, ignorati e dimenticati dalla Storia ufficiale e rimossi dalla “storiografia” locale.

Maria Giovanna Tito pur con il disprezzo , il disconoscimento e il ripudio familiare ci appartiene.

Appartiene alla nostra famiglia e ai miei avi, appartiene alla Comunità ruvese e lucana e per dirla alla Carlo Levi rappresentò brutalmente un eccesso di eroica follia, un desiderio di morte e di distruzione senza speranza di vittoria.

Qui concludiamo il racconto sulle Brigantesse, in primis, la mia ava, Maria Giovanna Tito, che non meno dei loro uomini o dei loro capi scrissero un capitolo cruento nella storia del nostro Mezzogiorno, della nostra Basilicata, del nostro Vulture e del “suo” hinterland Irpino.

Mauro Armando Tita

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