Dal 03 al 19 agosto 2003 la Pro Loco di Ruvo del Monte organizzò una mostra intitolata “Il Matrimonio ruvese”; la mostra ebbe un enorme successo con oltre 1.500 visitatori in pochi giorni.
Il gruppo di lavoro, composto da Peppino Ferrieri, Donato Saluzzi, Gianna Santoro, reperì in giro per il paese oltre 150 fotografie che suscitarono la curiotà dei tanti visitatori, riconoscendo nelle fotografie nonni, genitori o semplici conoscenti.
Alla buona riuscita della mostra collaborarono anche: Donato Fortunato, Dina Giannini, Pasquale Grieco, Angela Lorusso, Roberto Saluzzi, Giulia Salvatori, Maria Santoro, Rosetta Serra e Giuseppe Vodola, tutti componeti della Pro Loco, dell’allora presidente Pietro Mira.
Della mostra fu realizzato un CD a cura di Peppino Ferrieri con i testi di Don Gerardo Gugliotta e Rosetta Casino.
Di seguito troverete tutte le foto della mostra con i commenti, siamo certi di aver fatto cosa gradita.
Pietro Mira
IL MATRIMONIO RUVESE
Il tema frequente di novelle, romanzi, commedie del passato, di due giovani che vorrebbero sposarsi, ma devono affrontare l’opposizione dei genitori, di “lui” o di “lei”, che non trovano “convenienti” quelle nozze, riflette tante situazioni vissute anche nei piccoli centri come Ruvo.
Contavano sì i desideri dei giovani, ma non bisognava dimenticare le esigenze sociali o economiche della famiglia.
Oggi siamo portati a considera il matrimonio come l’unione di due persone che si vogliono bene e desiderano vivere insieme, ma questa concezione e piuttosto recente.
Nei tempi passati il matrimonio era essenzialmente un mezzo per far contiunare la famiglia, per dare una buona sistemazione economica ai figli, magari per creare alleanze politiche o per sanare antiche discordie.
Nel caso i due interessati erano contenti, tanto meglio, altrimenti il matrimonio si faceva lo stesso, fino ad arrivare alla situazione limite dei due sposi che si vedevano per la prima volta in occasione della cerimonia nuziale.
Nel passato, anche a Ruvo, nella generalità dei casi, v’era la consuetudine dell’ “endogamia”, con il matrimonio all’interno del gruppo familiare o della comunità del paese, mantenendo inalterare le caratteristiche del gruppo, evitando i cambiamenti con l’introduzione di elementi estranei.
“Moglie e buoi dei paesi tuoi” dice un vecchio proverbio, traducendo un concetto molto semplicistico.
L’esogamia (nozze fuori dal gruppo familiare) è stata sempre presente a Ruvo ma ha preso il sopravvento sull’endogamia solo negli ultimi tempi.
L’esogamia risponde a esigenze di ordine genetico e considera pericolosi i matrimoni tra persone legate da vincoli di parentela.
Sposarsi ripetutamente tra parenti, in fatti vuol dire aumentare le probabilità che si manifesti una tara ereditaria e, quindi, impedire i matrimoni tra consanguinei diventa una difesa della comunità nei contronti di quelle malattie che si trasmettono appunto per via genetica.
Sul piano religioso queste indicazioni sono diventate norme per la celebrazione del matrimonio.
Il matrimonio tra appartenenti a famiglie o comunità diverse ha portat anche all’unione dei patrimoni, al formarsi di utili alleanze.
Qualche volta la cessione della sposa non avveniva senza contrasti.
Nella cerimonia nuziale troviamo, infatti, traccia di un’opposizione: il nastro o la corda posti di fronte agli sposi sono una simbolica barriera, quasi ad impedire che la ragazza venisse portata via, e per riaprire la strada ci volevano confetti e monete.
Prima del matrimonio il fidanzamento amche nei tempi passati si prolungava per alcuni anni.
Prima che divenisse ufficiale, si andava “a trasì”, cioè si entrava ufficialmente con tutti i parenti in casa della sposa.
Si scambiavano gli anelli di fidanzamento, si stabiliva la data del matrimonio e tutto finiva in una serata di festa danzante.
I genitori degli sposi, poi, stabilivano la dote, la donazione, il corredo che, a seconda dello stato economico, era di quattro, otto o dodici pezzi.
Alcuni giorni prima del matrimonio veniva consegnato il corredo della sposa in forma solenna in casa dello sposo: i capi di vestiario e di biancheria deposti su larghi canestri venivano portati in lunga fila, in modo che tutti lungo il percorso potessero ammirare i lavori di ricamo che li adornavano.
La celebrazione delle nozze, riconoscimento ufficiale della nuova unione, è avvenuta sempre in forma solenne.
FOTO MATRIMONI DAL 1920 AL 1954

Fasano Domenico Francesco e Rita Rosa
26.08.1920
Grieco Francesco e Guglielmo Rosa
20.02.1933
Ciampa Emilio e Pucillo Maria Rosa
26.04.1934
Grieco Giuseppe e Blasucci Maria
12.04.1937
Graziano Vitantonio e Ciampa Maria
03.01.1942
Di Maio Michele e Mazzariello Angela
06.04.1942
Vodola Davide e Rita Giovannina
08.04.1942
Muccioli Nicola e Vasti Lucia
19.08.1946
Cristiano Vincenzo e Santoro Maria Francesca
09.09.1946
Di Maio Giuseppantonio e Vodola Rosina
19.09.1946
Blasucci Donato e Sacino Assunta
18.01.1947
Sacino Donato e Pisauro Maria
26.04.1947
Vodola Giovanni e Federici Carmela
15.09.1947
Capassi Antonio e Armiento Maria Giuseppa
29.11.1947
Santoro Donato e Pelosi Maria Luigia
31.01.1948
Fasano Vito e Fabrizio Rosina
19.04.1948
Ferrieri Raffaele e De Vincenza Mariantonia
10.07.1948
Ciampa Vito e Sacino Assunta
13.09.1948
Suozzi Ernesto e D’Angola Giuseppina
30.10.1948
Maraffino Vito e Mazzariello Mariantonia
24.11.1948
Tita Michele e Russo Francesca
05.09.1949
Santoro Giuseppe e Vetrano Annunziata
10.06.1950
Lopizzo Vincenzo e Perrotta Rosa
14.09.1950
De Vincenza Giuseppe e Rotunno Maria Carmela
18.11.1950
Gallucci Michele e Pelosi Maria
28.01.1952
Tita Donato e Fasano Claudina
19.04.1952
Miele Donato e Patrissi Rosina
21.04.1952
Anno 1953 
Tita Mauro e Nigro Delia
23.04.1953
Tomasulo Donato e Tronnolone Rosina
14.11.1953
Di Vincenzo Francesco e Ricigliano Serafina
28.11.1953
Giannini Bonaventura e Fabrizio Rosina
26.11.1953
Vasti Nicola e Vasti Antonietta
Anno 1954
Avigliano Mauro e Pelosi Giuseppina
Anno 1954
Santoro Giuseppe e Laserpe Italia
03.01.1954
Santoro Giuseppe e Laserpe Italia
03.01.1954
Lopizzo Pasquale e Vodola Maria
30.09.1954
A seguito dell’emigrazione nel Nord Italia ie in Europa (anni 60 e seguenti) il periodo con più frequenza di matrimoni a Ruvo è costituito dalla stagione estiva (luglio-agosto) con la presenza degli emigranti in paese.
Prima, invece, la maggior parte dei matrimoni venivano celebrati nel periodo invernale, tempo in cui si era liberi dai lavori agricoli.
Una volta il corteo doveva passare sotto numerosi archi rivestiti di fazzoletti di seta e di nastri.
Oggi come ieri l’avvenimento richiama sulla piazza antistante la Chiesa e lungo le strade percorse dal corteo, non soli i ragazzi, ma tutti i curiosi, conoscenti ed amici.
Ad essi, un tempo, si solevano gettare da parte degli invitati confetti a piene mani e per afferrarli i ragazzi facevano una ressa indescrivibile.
Oggi questo gesto è per lo più legato all’uscita dalla Chiesa da parte degli sposi, che vengono come investiti da riso e confetti, in segno di prosperità.
Questo gesto tradizionale è ancora vivo insieme allo scambio degli anelli, come attestazine di reciproco possesso e di fedeltà: anche il bere insieme nella stessa coppa è segno di unione.
Il pranzo, popolarmente detto anche “fare la tavola”, veniva preparato nelle proprie case, nel caso fossero capienti, altrimenti in sale accoglienti di proprietà di varie famiglie di Ruvo.
Il “menù” più o meno vario e abbondante, a seconda della condizione economica degli sposi, era organizzto tradizionalente con le seguenti portate:
– antipasto con salame paesano
– brodo con verdura e polpette
– pasta asciutta (cannazze)
– involtimi (brascile)
– arrosto di carene e patate
– docli e vino paesano e “verdeca”.
E’ tuttora vivo nella memoria dei ruvesi, specialmente degli anziami, il ruolo di Giuseppe Rossini, come abile cuoco nei primi decenni del secolo scorso.
“I banchetti nuziali dell’epoca, come scrive il suo nipote Peppino Rossini, erano da lui magistramlente preparati e curati, per gli invitati era una vera e propria delizia gustare le sue succulenti e appetitose portate”.
Legati allo svolgimento dei banchetti nuziali negli anni 50/60/70 sono ancora i nomi della sig.ra Maria Suozzi come cuoca e delle figlie Margherita, Giuseppina e Menina Rossini per la rinomata pasticceria, di supporto ai pranzi nuziali.
Sono state organizzate, poi, le sale Patrissi e Rita che hanno avuto una certa vitalità negli anni 70/80 del secolo scorso.
I balli, poi, venivano prolungati fino alle ore piccole, mentri si assaggiavano senza parsimonia, dolci, liquori, vino e panini imbottiti.
Alcune usanze tradizionali sono scomparse: un momento particolarmente solenne era l’addio della sposa alla sua casa: anche se era felicissima, doveva piangere un pò per dimostrare il dolore alla famiglia; subito dopo il padre o la madre la benedicevano e le davano consigli per la vita futura; altrettanto imporatente era l’ingresso nella nuova casa, con l’accoglienza da parte della suocera, l’offerta di vini e di dolciumi simboleggianti la dolcezza che la giovane avrebbe dovuto dimostrare.
Tra questi due momenti si snodava il corteo, a piedi, con acclamazioni, spari, mortaretti: un tempo si pensava che scacciassero gli spiriti maligni, poi restarono come segni di gioia.
Oggi l’addio della sposa ai suoi è un saluto privato, non una cerimonia, e non si verifica più nemmeno l’ingresso solenne nella casa patriarcale, giacchè la maggior parte degli sposi vanno ad abitare in una propria casa.
Sopravvive ancora oggi il corteo nella partenza verso il luogo di ristoro, con il bisogno di comunicare l’allegria, con un rumore festoso e lo sfrecciare delle automobili infiorate e infiocchettate per le strade, spsi in testa e invitati al seguito, con un gran frastuono di clacson.
Don Gerardo Gugliotta
FOTO MATRIMONI DAL 1955-1961

Giorgio Carmine e Ciampa Caterina
Anno 1955
Tita Michele e Suozzi Dalia
08.01.1955
Tita Michele e Suozzi Dalia
08.01.1955
Tita Giovanni e Suozzi Maria
(matrimonio per procura)
09.01.1955
Tita Armando e Fasano Matilde
14.05.1956
Santoro Giuseppe e Vitella Angiolina
15.09.1956
Fasano Giovanni e Di Leo Maria Giovanna
20.10.1956
Ciampa Silvio e Ciampa Carmen
Anno 1957
Nigro Francesco e Cefola Assunta
21.09.1957
Ramundo Giuseppe e Cefola Angela
21.09.1957
Vodola Vito e Lopizzo Maria
25.11.1957
Tuozzo Pasquale e Patrissi Letizia
18.01.1958
Dilonardo Lorenzo e Silvestri Lidia
15.02.1958
Salvatori Attilio e Grieco Caterina
10.05.1958
De Meo Carlo e Casino Carmela
14.08.1958
Tita Domenico e Vucci Giovanna
29.11.1958
Grieco Giuseppe e Suozzi Rosina
16.01.1959
Di Napoli Michele e Vodola Maria
30.03.1959
Grieco Vincenzo e Colella Savina
18.04.1959
Suozzi Pasquale e Di Napoli Franceschina
24.04.1959
Colangelo Giuseppe e Mascolo Immacolata
04.07.1959
Telesca Vito e Suozzi Annamaria
19.09.1959
Blasucci Giuseppe e Ciampa Teresa
05.10.1959
Armiento Francesco e Vasti Giovannina
Anno 1960
Cicoria Rocco Pasquale e Armiento Maddalena
16.01.1960
Del Monte Francesco e Quaratiello Lucia
18.01.1960
Del Monte Francesco e Quaratiello Lucia
18.01.1960
Botrugno Donato e Casino Antonietta
03.09.1960
Simone Angelo e Telesca Donatina
19.12.1960
Pellerano Vincenzo e Rossini Angela
29.12.1960
Pellerano Vincenzo e Rossini Angela
29.12.1960
Rubertone Antonio e Santoro Maria Giovanna
29.12.1960
Rossi Damiano e Sacino Antonietta
Anno 1961
Oberti Enrico e Fortunato Lucia
03.03.1961
Cocco Antonio e Simone Angela
06.03.1961
Giannini Bonaventura e Galgano Maddalena
13.03.1961
Di Maio Pietro e Zarriello Maria
04.05.1961
Simone Angelo e Laserpe Carmela
07.10.1961
Saracino Giovanni e Mungiello Maria
21.10.1961
IL MATRIMONIO
Riti, folcrore e tradizione nel matrimonio lucano
Quando una coppia voleva fare a meno del curato e del sindaco, celebrava il proprio matrimonio all’ombra di un albero (che, talvolta, era il secolare e maestoso olmo della piazza del villaggio), con tre giri di danza e col pronunciare alcune parole sacramentali, che per l’uomo dicevano: “Albero mio finito, tu sei la moglie, io sono il marito”; e per la donna: “Albero dalle foglie, tu sei il marito, io sono la moglie”. (Raffale Corso: “Reviviscenze – Perchè l’uomo si sposa a una pianta”).
Il rito assurse a forma di matrimonio civile durante la Repubblica Partenopea e in tale forma furono celebrati matrimoni anche in Basilicata.
In un articolo sui fatti svoltisi a San Mauro Forte nel 1799, pubblicato in “Il Lucano” da V. De Cicco, si parla di quattro cittadini sposati con questo rito.
Nel breve periodo della Repubblica Cisalpina, l’albero della libertà sostituiva il podestà nella funzione di nozze e alla presenza di due testimoni e un notaio si poteva contrarre un matrimonio.
In seguito ad un avvenimento, secondo una croncaca del tempo scritte da un sacerdote, Vincenzo Maria Pinto, questa cerimonia fu bandita.
Un tale Bruno Giuseppe di Pietro da Pescopagano ” a dì 1 aprile 1799 prese prese moglie Giovanna Zaccardì e lascio la sua vera moglie e fece tale funzione sotto l’albero infame della libertà”.
I matrimoni effettuati secondo le formalità repubblicane costituivano un facile mezzo di divorzio, furono quindi considerati dalla successiva legislazione borbonica violazioni del principio dell’indissolubilità del matrimonio e vennero penalmente perseguiti.
E’ rimasto il ricordo nel modi di dire popolare riguardante una coppia clandestina “so spusat n’ canistr”.
Pur venendo meno la mitica convinzione sono rimasti i caratteri rappresentativa dello spirito alboreo, sia in forma di albero o di semplice foglie, soprattutto per la funzine che ha di comunicare ai nuovi sposi il proprio potere generativo.
Si cominciava col trarre auspici nella futura vita dei ragazzi e ragazze da marito.
La notta di S. Giovanni, verso il tramonto, si prendeva un fiore di cardo, se ne bruciava la corolla, quindi lo si poneva in qualche buco del muro; se al mattino i petali appavivano rinverditi era segno di buon augurio, era segno di cattiva sorte se rimanevano bruciacchiati.
Oppure, sempre la stessa notte a Venosa le ragazze mettevano sotto il guanciale tre fave, una intera, l’altra semisgusciata e la terza completamente sgusciata; la mattina successiva, la ragazza stendeva alla cieca la mano sotto il guanciale e, la priva fava che capitava sotto mano, sarebbe stata la sua sorte: radiosa se la fava era intera, mediocre se era semisgusciata, misera se era completamente sgusciata.
Pare confermato nel potentino l’uso di mettere sui carboni accesi delle foglie d’ulivo: se saltano è buon segno, il contrario se stanno ferme o si bruciano.
I ragazzi erano soliti fare la richiesta di fidanzamento col rito del “ceppo nuziale”.
Il pretendente poneva verso sera un ceppo davanti all’uscio della casa dell’amata: se durante la notte il ceppo veniva ritirato in casa, la proposta era stata accettata; altrimenti era respinta.
Un altro momento di connubio tra uono e pianta era l’invio alla fidanzata della palma d’ulivo, la domenica delle palme, aritisticamente intrecciata con aggiunta di fori e oggetti d’oro: una richiesta di pace e di amore.
I fidanzati cercavano di scoprire in vari modi i veri sentimenti della futura sposa e adoperavao spesso la cosiddetta “frasca d’amore”, una fogliolina che vegeta ai margini dei campi ed ha un potere irritante sulla pelle fino al punto di produrre dolorose screpolature.
Si usava applicarla sul polso, dopo averla leggermente masticata per far uscire gli umori in essa contenuti, poi veniva legata nella parte con una bend, pronunciando la formula magica : “Frasca d’amor, te mazzk e t’addor. S’ m’ vuò ben: na scocca r’ ros; s’ m’ vuoò mal: na spin vintros”, e si rimaneva per qualche giorno.
Se l’impronta lasciata sulla pelle era un semplice arrossamento, singnificava che lìamore era corrisposto; se invece si riscontrava la screpolatura, allora era meglio lasciar perdere.
Quando un fidanzamento non andava in porto per più motivi, il giovane faceva trovare esposto sul davanzale della promessa sporsa, una pianta chiamata “favopola” che aveva significato ingiurioso.
Dopo che il giovane aveva fatto la “mbasciata” alla famiglia delle ragazza, si dava luogo alla cerimonia della “trasut” o presentazione fra le famiglie.
Nell’occasione veniva stipulata una carta, la carta dotale o stizzo, con un elenco dei panni, oggetti e mobili che la sposa portava in dote.
Solo se c’era un’assegnazione di denaro o beni immobili la carta veniva legalizzata davanti al notaio, perchè avrebbe avuto valore di documento giuridico, in caso di scioglimento di matrimonio, per la divisione dei beni, e perciò ciascuna delle famiglie ne consevava una copia.
L’uso della carta dotale, con relativa valutazione in denaro dei beni in essa segnati, risale all’epoca longobardica, alloprchè “nelle doti, che assegnavanzi alle donne, si mpineva nell’apprezzo il terzo di più dell’intrinseco valore”. Bastava un semplice foglio chiamato “la Carta”, scritto da qualunque mano, contenente la nota degli oggetti.
Questo dimostra quanto contava la buona fede.
FOTO MATRIMONI DAL 1962-1968

Di Sabato Nicola Maria e Vodola Lucia Angiolina
05.01.1962
Suozzi Giuseppe e Bassi Maria
30.07.1962
Laserpe Pasquale e Mungiello Maria
24.01.1963
Zarriello Marco e Ferrara Gerardina
10.08.1963
Colonna Michele e Fasano Ettorina
19.10.1963
Grandone Donato e Ciampa Rosa
30.12.1963
Armiento Vincenzo e Di Maio Maria Giuseppa
02.01.1964
Serra Nicola e Pelosi Gerardina
02.01.1964
Serra Nicola e Pelosi Gerardina
02.01.1964
Di Napoli Domenico e Ciampa Maria
18.01.1964
Mazzeo Angelo e Fabrizio Antonietta
18.01.1964
Rossini Giuseppe e Di Canio Maria Grazia
10.08.1964
Cefola Michele e Tita Giovanna Maddalena
28.12.1964
Patrissi Michele e Rubertone Maria
22.04.1965
Sorrentino Vincenzo e Ciampa Lina
29.07.1965
Marangiello Mario Vito e Vitella Francesca
27.12.1965
(matrimonio per procura)
Lorusso Salvatore e Pizzirusso Donatina
22.01.1966
Chieca Francesco e Rossini Margherita
28.04.1966
Chieca Francesco e Rossini Margherita
28.04.1966
Grieco Mario Biagio e Ciampa Maria
25.07.1966
Grieco Mario Biagio e Ciampa Maria
25.07.1966
Fortunato Donato e Di Maio Maria
28.07.1966
Piccirillo Antonio e Di Maio Assunta
29.12.1966
Piccirillo Antonio e Di Maio Assunta
29.12.1966
Graziano Domenico e Gregorio Filomena
Anno 1967
Radice Sebastiano Donato e Puntillo Gerardina
11.01.1967
Grieco Vincenzo e Perrotta Rosa
20.05.1967
Di Maio Pietro e Pizzirusso Rosa
04.01.1968
Giannini Donato e Sabia Domenica Maria
24.02.1968
Grieco Giuseppe e Pizzirusso Donatina
22.08.1968
Grieco Giuseppe e Pizzirusso Donatina
22.08.1968
Grieco Giuseppe e Pizzirusso Donatina
22.08.1968
Marra Donato e Fasano Carmela
05.10.1968
Marra Donato e Fasano Carmela
05.10.1968
Lovaglio Giovanni e Zarriello Assunta
28.12.1968
Il giorno del matrinonio, il corteo nuziale muoveva dalla casa della sposa diretto in chiesa dove si sarebbe celebrata al “messa da zita”.
Durante la celebrazione lo sposo doveva mettere sotto il ginocchio sinistro un lembo del vestito della sposa affichè “nessuno passi in mezzo agli sposi e non venga spezzato l’incanto dell’amore”.
E’ un procediment magico di difesa, ottenuto mediante un più stretto legame matrimoniale della coppia contro gli influssi malefici: il fine è di impedire l’impotenza dello sposo; il significato di sottomissione della donna la marito è certamente aggiunto.
Finita la cerimonia, tutta la comitiva balda e festante si recava in casa della sposa o dell sposo (a seconda che l’una o l’altro offriva maggiore comodità) “passando sotto a numerosi archi rivestititi di fazzoletti e nastri di mille colori, frammisti e ghirlande e festoni di fiori e foglie di edera, fra il suono pastorale delle cornamuse, lo scoppio di petardi e gridi assordanti dei ragazzi”. (Muro Lucano XVIII secolo . Martuscelli).
I mortaretti, chiamati anche “colpi scuri” avevano la funzione di scacciare gli spiriti cattivi portatori di influenze malefiche oltre a essere segnali di gioia.
L’arco, elemento decorativo fondamentale del corteo nuziale è simbolo di passaggio materiale.
Storicamente l’usanza ci viene dal Medioevo, “poichè in quel tempo era diritto esclusivo del Mastrogiurato di fare l’arco della porta del paese e vietarne l’accesso, frapponendo una bella coltre tenuta dalla due parti da due sbirri in uniforme.
Lo sposo poneva mano alla borsa per procurarsi l’ingresso ed allora la coltre s’alzava e s’entrava fra le grida di gioia e gli applausi popolari”.
Tali archi si dicevano nientemeno che catafalchi.
Più diffusa e più viva è la tradizione di fettare sulla coppia di sposi, durante la sfilata del corteo, grano, riso, coriandoli e confetti, monte, fiori e mandorle, in segno di abbondanza e prosperità.
Significativa è l’espressione “pi cent’anni” rivolta in tale momento agli sposi.
Il pranzo nuziale veniva considerato uno degli stadi più imporatanti dello scenario nuziale.
A tavola si stabilisce materialmente l’unione delle due famiglie, in virtù del principio magico della comunione alimentare, così come in chiesa si è fissata l’unione dei due sposi.
Il pranzo nuziale in uso a Potenza nei secoli passati, era detto nozza e vi prendevano parte tutti quelli che avevano riconosciuto con doni la sposa e ci si teneva che fosse ricco di pietanze per dare tono alla festa; onde il detto potentino “far la nozza cu li fongi” significava che per raggiungere un dato scopo occerrevano mezzi convenienti.
Lu banchett o la tavola della zita, come era chiamato fino a pochi anni fa, ha ancora notevole importanza.
Il posto d’onore a capotavola, spettava naturalmente agli sposi, che avevano al loro fianco i compari ai quali erano rivolti i maggiori riguardi.
La lista delle vivande era sempre molto lunga e consisteva:
– Provolone piccante e fellata di savcizza
– Brodo con verza stufata sostituita in seguito da brodo con scarola bianca e polpettine di manzo
– Bollito di castrato con peperoni sott’aceto
– Cannazze o mezzani conditi con molto formaggio pecorino e zucchillo di ragù
– Braciole di castrato ripiene al lardo, aglio, prezzemolo, formaggio, cucite con l’ago e cotte nel sugo
– Agnello al forno con patate condito con sugna e pecorino
– Insalata
– Finocchi o sedano crudi
– Frutta secca: noci, nocelle, fichi secchi
Il tutto annaffiato dal buon vino locale e servito in abbondanza come le varie pietanze.
Il dolce finale era servito con parsimonia: una pasta a testa di morbido pandi spagna ripiena di crema pasticciera e coperta di glassa bianca o cioccolato con ciliegina candita finale.
Il dolce a piani farà il suo ingresso all’inizio degli anni 60.
Chiudeva il pranzo un bicchierino di strega o anice (sorelle Rossini, Ruvo del Monte).
Poi si spostavano le tavole e al suoni di qualche strumento musicale iniziavano i balli.
I primi ad aprire le danze erano gli sposi poi i compari, i suoceri e in segutio tutti gli altri.
Ma perchè il rito nuziale avesse il suo compimento bisognava aspettare il giorno quando i soli familiari festeggiavano, con una seconda tavola della zita, la consumazione del matrimonio.
Da unamia inchiesta risulta che a Venosa era di legittimo orgoglio per la madre dello sposo poter mostrare ai parenti intimi il lenzuolo macchiato di sangue.
La perdità della verginità è un atto privato e intimo ma per le popolazioni di una volta, e non solo della nostra regione, era necessario renderlo pubblico e socializzarlo per far passare la donna della categoria delle maritate.
Rosetta Casino
FOTO MATRIMONI DAL 1969-2003

Di Lucchio Vito Michele e Mungiello Antonietta
11.08.1969
Andriaccio Antonio e Ferrara Giustina
13.01.1970
Graziano Giuseppe e Pizzirusso Filomena
27.07.1970
Visalli Giuseppe e Arlotta Maria Luigia
31.08.1970
Ciampa Benedetto e Grzeshowiak Miroslawa
31.10.1970
Ciampa Giovanni Raffaello e Rubertone Anna Giovanna
Anno 1971
Giannini Bonaventura e Incollingo Anna
10.07.1971
Grieco Vincenzo e Ferrieri Maria
22.07.1971
Grieco Vincenzo e Ferrieri Maria
22.07.1971
Grieco Vincenzo e Ferrieri Maria
22.07.1971
Mungiello Vincenzo e Marra Maria Carmela
07.08.1971
D’Alessandro Aniello e Rossini Mafalda Filomena
02.09.1971
D’Alessandro Aniello e Rossini Mafalda Filomena
02.09.1971
Della Ratta Alfonso e Santoro Maria
06.09.1971
Della Ratta Alfonso e Santoro Maria
06.09.1971
Faggella Giuseppe e Rossini Giuseppina
10.06.1972
Tomasulo Carmine e Tomasulo Maria
14.08.1972
Pisacane Oronzo e Fasano Cecilia
18.08.1973
Capassi Angelo Maria e Vodola Angiolina
02.08.1976
Donatelli Carmine e Rossini Franca
20.09.1976
Vasti Giuseppe e Ciampa Concetta
25.07.1977
Mungiello Michele e Blasucci Assunta
04.08.1977
D’Alessio Giuseppe e Lopizzo Angela
29.07.1978
Ciampa Vincenzo e Tita Maria
28.08.1978
Zarriello Donato e Pizzirusso Donatina
01.08.1980
Schettino Giovanni e Miele Antonietta
09.08.1980
Schettino Giovanni e Miele Antonietta
09.08.1980
Fasano Giovanni Michele e Libutti Giuliana
26.08.1982
Pizzirusso Salvatore e Colangelo Vincenza
03.08.1983
Lanza Vincenzo e Ciampa Gerarda
07.08.1985
Ciampa Mario e Tita Maria Michela
05.07.1986
Vodola Giuseppe e Zarriello Maria Michela
03.07.1988
Santoro Antonio e Pennella Angelina
13.08.1988
D’Auria Francesco Nicola e Fasano Rosa
30.06.1991
Grieco Angelo e Lorusso Anna
03.08.1991
Di Napoli Antonio e Diveira Silvana
23.05.1992
Giglio Domenico e Armiento Maria
09.01.1993
Giglio Domenico e Armiento Maria
09.01.1993
Fortunato Donato e Di Napoli Antonietta
16.04.1994
Gaeta Andrea e Giannini Michela
07.08.1997
Marra Giuseppe e Della Ratta Anna Gerarda
01.06.2002

Beltrami Romolo e Grieco Lucia
14.09.2002
Questo lungo viaggio si conclude con il matrimonio di Margherita e Francesco, lo stesso matrimonio che aprì la nostra rubrica “Oggi Sposi”.
Se avete avuto la pazienza di scorrere l’articolo, siamo sicuri che sarete rimasti soddisfatti ed appagati di questo tuffo nel passato, di questo amarcord che affonda le radici nel nostro piccolo borgo.
Pietro Mira











