Per circa quarant’anni, la firma di Mauro Armando Tita è stata una presenza costante sui quotidiani locali della Basilicata. Poche volte, inoltre, il suo nome è disgiunto dalla qualifica di “sociologo” che accompagna i suoi numerosi editoriali e articoli giornalistici. Per Armando (in realtà è noto agli amici solo con il suo secondo nome e così mi riferirò a lui in questo scritto) la sociologia non è mai stata soltanto una professione nel senso dell’attività lavorativa, bensì una scelta di vita che caratterizza la sua visione del mondo. Si può dire insomma che essa sia la sua professione nel senso vocazionale ovvero, in termini weberiani, il suo Beruf.1 Negli anni, Armando ha discusso svariati temi esprimendo sempre la sua opinione in modo indipendente. Politica, lavoro, previdenza, formazione, amministrazione, sviluppo economico, sicurezza sui luoghi di lavoro, solo per citare alcuni dei temi a lui più cari. Com’è solito scrivere nei post che pubblica attraverso i canali informatici (assai più numerosi e frequenti degli articoli), egli si ritiene un uomo «senza padrini e senza padroni», cioè non soggetto a indebite influenze o ricatti, ed è sempre pronto a dare battaglia, nel senso metaforico del termine, cioè per mezzo dei suoi scritti o dialetticamente nelle discussioni pubbliche alle quali spesso partecipa, e specialmente nei vari “Focus tematici” che dal 2021 a oggi noi del Comitato Sviluppo e Comunità Basilicata promuoviamo e organizziamo. Nomen omen, è proprio il caso di dire, giacché il nome Armando, com’è noto, ha radici germaniche e significa “uomo d’armi” – beninteso, le armi nel suo caso sono i testi scritti e le argomentazioni verbali. Nonostante abbia già riunito più volte in passato i suoi articoli, riproponendoli in pubblicazioni analoghe a quella che qui si presenta oggi, Armando non ha mai offerto una ricostruzione (anche sintetica) del suo percorso, né altri l’hanno fatto al suo posto; beninteso, nei suoi scritti vi sono numerose tracce di esso, esposte in forma di ricordi o di richiami alle sue competenze ed esperienze professionali o alla sua attività di amministratore, ma nel complesso appaiono come innumerevoli frammenti di un mosaico. Auspico perciò una futura occasione in cui egli tratteggi un suo profilo ripercorrendo le fasi e le tappe principali della sua formazione, della sua carriera, nonché del suo impegno civile e politico. Da parte mia, in questa sede punterò l’attenzione innanzitutto su un particolare aspetto che mi sembra di primaria importanza, cioè la sua formazione universitaria, cercando di proporre nel contempo una mia personale chiave di lettura del suo successivo percorso professionale e personale alla luce della sua vocazione a cui ho accennato poco fa. Le informazioni che ho utilizzato provengono sia dalle varie raccolte di articoli e post che nel corso del tempo Armando mi ha donato sia da una serie di conversazioni che si sono svolte tra noi a mo’ d’intervista. Le origini familiari di Armando sono a Ruvo del Monte, come suole ricordare nei suoi articoli. Nel piccolo comune lucano dove crebbe e trascorse buona parte della sua vita, tra le altre cose fu costretto nei primi anni a subire la lontananza del padre, trasferitosi per lavoro in Venezuela (di qui la definizione di “Bambino invisibile degli anni Cinquanta”2) e rientrato definitivamente in famiglia soltanto quando Armando era prossimo all’adolescenza. Ovviamente, il sacrificio fu assai gravoso da entrambe le parti, ma proficuo per la famiglia che in questo modo avrebbe potuto godere in seguito di un certo benessere economico. Dopo aver conseguito il diploma nel 1972, giunse per Armando il momento di scegliere tra la ricerca di un lavoro e il proseguimento degli studi.
Appassionato di letteratura e di storia contemporanea sin dall’adolescenza, s’iscrisse al corso di laurea in Lingue e letterature straniere (in particolare francese e inglese) presso l’Università di Salerno. Nel corso dell’anno accademico 1972–1973, tra i vari insegnamenti previsti figuravano l’Antropologia culturale e la Sociologia. Quest’ultima materia, al tempo alquanto giovane dal punto di vista dell’insegnamento universitario (risale, com’è noto, al 1962 l’istituzione della prima facoltà di Sociologia in Italia, presso l’Istituto Universitario di Scienze Sociali di Trento)3 catturò la sua attenzione al punto da determinare in lui la decisione di cambiare corso di laurea. Fu così che scelse la Facoltà di Sociologia;4 nell’Ateneo salernitano avrebbe infine conseguito la laurea nel 1978. La scelta di laurearsi in Sociologia fu a mio parere alquanto insolita. E non solo in ragione del fatto che nei primi anni Settanta del secolo scorso la sociologia era stata riconosciuta come disciplina accademica da pochissimo tempo. I giovani nati e cresciuti in Basilicata tra gli anni Cinquanta e Sessanta, forniti di mezzi per intraprendere un percorso di formazione universitaria, s’indirizzavano infatti prevalentemente ad altre facoltà. Si aspirava (e, ahinoi, tuttora si aspira) in misura preponderante a professioni più tradizionali ma molto redditizie, il che a mio avviso era (così come lo è ancora oggi) indice di omologazione culturale e, quel che è peggio, di misoneismo, un atteggiamento molto diffuso e radicato nel Meridione, diretto com’è evidente a difendere con ostinazione lo status quo. La propensione di Armando per la sociologia fu quindi una scelta innovativa e soprattutto libera, tanto più che dopo aver terminato le superiori aveva rifiutato la proposta di un suo omonimo zio notaio, Mauro Tita, il quale aveva uno studio molto ben avviato a Firenze e che per meriti professionali aveva acquisito una buona influenza nell’area toscana, soprattutto negli ambienti imprenditoriali. L’invito dello zio a scegliere la facoltà di Giurisprudenza prefigurava uno scenario molto favorevole. Dopo la laurea, l’esercizio della professione notarile sotto la guida dello zio gli avrebbe infatti garantito una prospettiva socio-economica molto solida e sicura, ma Armando preferì lasciarsi influenzare dalle proprie letture anziché dall’offerta – per quanto appetibile, oltre che generosa – del rispettato congiunto trapiantato in Toscana. Furono infatti determinanti per lui e di conseguenza per la sua futura attività professionale le letture e gl’incontri scientifici, a partire dagli studi di Paulo Freire, il cui fondamentale libro La pedagogia degli oppressi era stato da poco tradotto in italiano.5 Ecco svelata la fonte della sua attenzione per un ampio spettro di fenomeni sociali che lo ha stimolato a intervenire continuamente per molti anni in merito a una notevole quantità di argomenti su svariate testate giornalistiche oltre che a pubblicare alcuni saggi e capitoli di libro, questi ultimi derivanti da specifici compiti lavorativi.6 Tuttavia, come ho già detto, per Armando la sociologia è stata (ed è ancora) sia un modo di vivere sia la base della sua attività professionale, svoltasi tra il 1979 e il 2012, della quale descriverò brevemente di seguito i principali momenti. Appena laureato, Armando vinse un concorso bandito dalla Regione Basilicata e fu assegnato di conseguenza all’Unità Locale dei Servizi Sanitari e Sociali (ULSSS) del Vulture–Alto Bradano per svolgere i propri compiti presso il Consultorio familiare di Rionero.7
L’inizio della sua carriera coincise con il periodo storico durante il quale lo Stato sociale in Italia era ancora in espansione, benché in controtendenza rispetto al resto dell’Occidente, dove esso aveva toccato il proprio «apogeo» nel decennio precedente, e nonostante le tensioni politiche sia interne sia sul piano internazionali.8 Furono anni molto intensi per Armando, fino al 1981 coordinatore del Consultorio in qualità di sociologo; riuscì a mettere in relazione le attività tipicamente consultoriali con il Comitato di partecipazione coinvolgendo svariate associazioni (quali ad esempio il CIF, l’UDI, il WWF) nonché istituti scolastici nelle iniziative di volta in volta organizzate. Risale allo stesso periodo di tempo l’inizio dell’attività politica. Nella primavera del 1980 fu eletto consigliere comunale di Ruvo del Monte, dove ricoprì anche la carica di vicesindaco nella giunta formata dalla sinistra unita sino al 1985. In qualità di consigliere comunale fu in seguito rappresentante capogruppo alla Comunità montana del Vulture nonché vicepresidente della delegazione Basilicata dell’UNCEM (Unione Nazionale Comuni, Comunità, Enti Montani) tra il 1990 e il 1995. In realtà, Armando aveva già manifestato la propria passione per la politica tempo addietro, precisamente nel 1974, in occasione della campagna referendaria contro l’abrogazione della legge sul divorzio.9 Tornando alla sua carriera professionale, nel 1981 Armando fu inquadrato nei ruoli della Regione Basilicata per effetto del D.L. 1° luglio 1980, n. 285. Sino al 1983 curò i progetti del FSE detti ‘PAD’ (Accesso diretto) sotto la supervisione del prof. Aldo Bonomi. Risale al 1981 anche la partecipazione all’«azione collettiva di formazione in un’area interna della Basilicata» promossa dal prof. Francesco Susi.10 Successivamente al 1983 superò una selezione indetta dal Formez per partecipare a un corso di perfezionamento post lauream presso l’Università di Bari. Per i due anni successivi, benché in aspettativa, si occupò di programmazione delle aree interne (PAI). L’ingresso nel gruppo di lavoro sull’occupazione giovanile, costituito nel 1985 per volontà di Nicola Savino, all’epoca assessore regionale alla Formazione e Cultura, è stato un passo significativo nella sua carriera.11 Il tema dell’occupazione, ma soprattutto dell’imprenditoria giovanile, specialmente nel campo dell’artigianato, è uno di quei temi sui quali Armando spesso si sofferma nei suoi interventi e al quale ha dedicato pure un ampio saggio che denota professionalità ed esperienza.12 In qualità di funzionario della Regione Basilicata se ne occupò direttamente sino al 1994, anno in cui si appassionò a un progetto sull’immigrazione nato a partire dalle accoglienze degli albanesi nei primi anni Novanta promosso dal sen. Nino Calice e dal prof. Enzo Persichella, allora docente di Sociologia all’Università di Bari.13
Negli anni successivi, la programmazione formativa e culturale divennero il focus delle sue attività. Si dedicò in particolare al sostegno strategico dell’associazionismo e poi alla formazione dei bibliotecari comunali, unico esempio in tutto il Meridione, come testimonia il suo capitolo pubblicato nel volume curato dal prof. Michele Trimarchi, economista dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro.14 Dal 2000 sino alla conclusione della sua carriera, Armando fu responsabile dell’Ufficio Politiche dello sport e politiche per i giovani. Il primo atto fu un progress report intitolato Lo sport per tutti, un rendiconto delle attività svolte all’interno del Programma regionale per lo sport relativo al triennio 2001-2003, cioè il primo piano triennale per lo sviluppo dello sport in Basilicata, finalizzato a unire le politiche per le attività motorie alle politiche infrastrutturali.
Un programma che prevedeva, tra le altre cose, il primo dispositivo per il finanziamento delle attività sportive attraverso la sponsorizzazione diretta da parte della Regione Basilicata a favore delle società sportive partecipanti ai campionati nazionali di riferimento.
In conclusione, mi sembra evidente come l’originaria sensibilità di Armando per i fenomeni sociali spieghi la sua cospicua produzione pubblicistica; ma quale significato possiamo attribuire a essa? Se nella vita democratica è essenziale che si possano esprimere liberamente le proprie opinioni nella sfera pubblica, come peraltro sancisce la nostra Costituzione (art. 21), Armando con la sua attività pubblicistica ha reso a mio parere un pregevole servigio alla comunità lucana.
PROF. ROCCO GIURATO
– docente delle Istituzioni Politiche del’Università di Salerno
1 Max Weber approfondì com’è noto il concetto di Beruf – reso in italiano semplicemente con “professione” dal momento che nella lingua tedesca il sostantivo indica nel contempo la “vocazione” – che utilizzò in particolare nelle due celebri conferenze Wissenschaft als Beruf e Politik als Beruf, tenute a Monaco rispettivamente nel 1917 e nel 1919: cfr. La scienza come professione. La politica come professione, Edizioni di Comunità, Torino 2001.
2. Io, bambino invisibile degli anni Cinquanta. L’accoglienza e l’amore un fatto di coscienza, in “La Gazzetta del…”,
3 L’Istituto Superiore di Scienze Sociali sorse per volontà di Bruno Kessler (1924–1991), presidente della Provincia autonoma di Trento tra il 1960 e il 1974. La legge 8 giugno 1966, n. 432 lo riconobbe come «Istituto di istruzione Universitaria libero» (art. 1) avente «lo scopo di promuovere il progresso delle scienze sociali» e il potere di conferire «la laurea in sociologia» (art. 2). Nell’anno accademico 1966–1967, per la prima volta in Italia, si laurearono in Sociologia 18 persone.
4 Dopo Trento, nelle Università di Roma, Urbino, Salerno e Napoli furono istituiti i primi corsi di laurea in
Sociologia rispettivamente con i D.P.R. n. 725/1970, n. 726/1970, n. 1125/1971, n. 1356/1971.
5 Paulo Reglus Neves Freire (1921–1997) è stato un importante scienziato sociale brasiliano, sostenitore della pedagogia critica e influenzato, tra gli altri, da Antonio Gramsci e da John Dewey. Dopo gli studi giuridici e l’ammissione all’ordine degli avvocati, Freire si dedicò all’insegnamento scolastico anziché alla professione forense per poi entrare in servizio presso il Dipartimento per l’istruzione e la cultura dello Stato del Pernambuco. In seguito al colpo di Stato militare nel 1964, Freire – al pari di molti altri intellettuali brasiliani dissenzienti – dopo un breve imprigionamento prese la via dell’esilio e nel 1969 fu visiting professor nell’Università di Harvard, un importante riconoscimento accademico dovuto alla pubblicazione del suo libro più noto, Pedagogía del oprimido (trad. it. La pedagogia degli oppressi, ed. a cura di Linda Bimbi, Mondadori, Milano 1971), apparso in manoscritto nel 1968 durante la permanenza dell’A. in Cile e poi tradotto in inglese due più tardi.
6 Per una rassegna delle pubblicazioni di Armando si veda l’appendice.
7 I consultori familiari furono istituiti con legge regionale Basilicata 24 gennaio 1977, n. 7; nell’anno precedente, la legge regionale 4 marzo 1976, n. 13 aveva istituito le ULSSS «per l’esercizio – ai sensi delle vigenti leggi – delle competenze proprie dei Comuni e delle Province e di quelle delegate alla Regione in materia di protezione sanitaria e sociale» (art. 1).
8 Riporto la metafora, riferita agli anni Sessanta, impiegata da Fulvio Conti e Gianni Silei, Breve storia dello Stato sociale, Carocci, Roma 2022 (1a ediz. 2005), cap. 5. L’espansione del welfare italiano negli anni Settanta culminò, com’è noto, con la creazione del Sistema sanitario nazionale (SSN), previsto dalla legge 23 dicembre 1978, n. 833.
9 L’istituto fu introdotto nell’ordinamento italiano con la legge 1º dicembre 1970, n. 898 (nota come Fortuna Baslini, dai nomi dei primi firmatari della proposta di legge).
10 I risultati del progetto furono poi esposti nel volume La domanda assente. Un’azione collettiva di formazione in un’area interna della Basilicata, NIS, Roma 1989.
11 La legge regionale Basilicata 29 agosto 1985, n. 32 prevedeva appunto «interventi straordinari per agevolare l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani, garantendo la piena attuazione del principio di parità fra uomini e donne nell’accesso al lavoro» (art. 1).
12 Mauro Armando Tita, … Quando l’artigianato lucano garantiva PIL e occupazione: il caso del Progetto
artigianato della Regione Basilicata 1989/1991, Il Segno, Potenza 2016 (2a ediz. 2020).
13 I contributi furono pubblicati nel volume collettaneo di Nino Calice ed Enzo Persichella (eds.), Immigrare in Italia. Il caso Basilicata, Calice, Rionero in Vulture 1995. Una dedica di Calice testimonia l’apporto di Armando a questa ricerca di qualità di funzionario del FSE.
14 Mauro Armando Tita, Sostegno strategico all’associazionismo nell’esperienza lucana, in Michele Trimarchi (ed.), Il finanziamento delle associazioni culturali ed educative, Il Mulino, Bologna 2002, pp. .












