Un nuovo meridionalismo, serio,”orgoglioso” e moderno

Intervento inserito sul reportage del Prof  Fierro avente per oggetto un “Nuovo Mezzogiorno”

L’ultimo angosciante rapporto SVIMEZ, per noi, uomini di buona volontà, non ha riservato alcuna sorpresa.

Da decenni, sosteniamo che, la voce del Sud, vocata alle vere “pari opportunità” e, non, al becero assistenzialismo, di sorta,  è assente, da oltre un ventennio.

Lo sosteneva, perfino, il Sen Colombo in una intervista rilasciata al Quotidiano di Basilicata qualche anno fa.

Una mancata “pari opportunità” che si ripercuote sull’incessante e, mai, domo, esodo dei giovani e di interi nuclei familiari verso il Nord.

Un esodo che si è gonfiato a dismisura, grazie, anche, all’abbandono e alla chiusura di fabbriche di comparti produttivi legati al salotto e all’agro-alimentare di intere aree industriali  del sud.

Le migrazioni intellettuali, in special modo, quelle lucane, lo dobbiamo, amaramente, ribadire sono,  ormai, intollerabili.

Non sono serviti timidi correttivi e “percorsi di ritorno”ipotizzati da presunte politiche giovanili, poste, in essere, dagli ultimi governi di centro destra e centro-sinistra.

Tutta la nuova questione meridionale risente di  questa umiliante  conferma, l’esodo  massiccio di migliaia di giovani diplomati e laureati è, ormai, inarrestabile.

Non vi è traccia nei vari DEF della ricchezza energetica lucana e delle sue “anoressiche” prebende, chiamate, royalties, che si traducono in un umiliante 7%.

Al contrario gli Stupri e gli scempi sul territorio lucano di riferimento si susseguono e si  moltiplicano con i casi eclatanti di Viggiano e dell’area petrolifera e del mega impianto della  Fenice di Melfi.

Speriamo di non assistere a un’altra “ecatombe ambientale” come quella della “Terra dei Fuochi” o alle recenti e devastanti  alluvioni  sui nostri migliori poderi lucani e sulle nostre meravigliose aree archeologiche (Metaponto, in primis).

Per fortuna l’attenzione riservata dai mass media e le rivolte popolari di interi territori del Sud (dal Casertano alle terre joniche) verso questi terrificanti problemi sono di buon auspicio per il futuro.

Queste manifestazioni ripropongono il tema rabbia e della reattività meridionale, tanto, presenti, negli anni settanta.

Queste impennate  d’orgoglio  sono propedeutiche per riprendere quel  discorso interrotto, bruscamente, oltre, venti anni fa, da una classe dirigente ignava e incompetente.

Il deserto culturale e il mercato di riserva si è ulteriormente accentuato da comportamenti deprecabili di pezzi della politica e della cosiddetta società civile.

Per queste serie  ragioni alimentare, oggi, (senza i desueti stereotipi  sugli interventi a pioggia, sugli sprechi e sullo spregevole assistenzialismo) un serio dibattito su una nuova questione meridionale non è, certamente, peregrino.

Non è sicuramente da tralasciare la “Questione Meridionale”, rivisitata e corretta  da Sergio Romano e da  Giuseppe Galasso sul Corriere della Sera, qualche tempo fa.

Essa (questione meridionale) è una chiara  conferma e una chiara dimostrazione di quanto oggi, purtroppo, non vi sia traccia concreta della stessa  nelle politiche economiche dei governi  nazionali, che si sono succeduti in questi ultimi decenni .

Non vorremmo esercitare nessun tipo di pressione, ma, la crescita culturale e professionale di un popolo si misura, ancora, con un rilevante e spiccato  grado di partecipazione, consapevolezza e responsabilità.

Questi tre “parametri” di riferimento:  partecipazione, consapevolezza e responsabilità sono stati del tutto vanificati da una ulteriore e iniqua legge elettorale  che ha dato ampio mandato ai partiti  ,a tutto discapito di una seria selezione della classe dirigente.

Ricordiamo la vecchia legge proporzionale basata sulle preferenze, che, ogni tanto, portava sulla scena politica  un nuovo “protagonista”,  frutto del rinnovamento e/o della società civile.

Era una lieta sorpresa che sconvolgeva gli assetti e le “filiere” dei partiti chiusi  ermeticamente e non disponibili a nessuna apertura.

A tal proposito sono nati movimenti e organizzazioni che hanno visto sulla scena politica degli autentici “parvenus”.

Era il “sale” della politica che ci faceva  ben sperare in qualche positiva novità, comunque, sempre presente, in ogni competizione elettorale.

Oggi  ritroviamo chiusura, scarso entusiasmo e ARCA perduta, soprattutto, per noi  uomini di buona volontà, simpatizzanti e “tifosi” della buona politica, quella seria e quella caratterizzata  dalla forte motivazione.

Riusciremo a ripristinare un clima di forte emotività e di passione, come  negli anni passati, solo,  se,  i Partiti  democratici,avranno la volontà di esplicitare i Programmi in piena trasparenza.

La “verità” sulla ignorata questione meridionale è il frutto delle continue chiusure e di una presunta “globalizzazione”, mai, posta in essere, in tutte le sue varie forme liberistiche, a cominciare dalle “professioni”.

Un mix di confusione e di chiusure porta alla definitiva emarginazione dei più deboli.

Un vero sistema integrato di educazione e formazione  permanente stenta a decollare.

Tutto è basato su  improvvisazione e  approssimazione senza alcuna calibratura dal basso e senza alcun  impatto con il territorio e le popolazioni.

Bonus, Borse di studio, assegni formativi, vouchers sono tutte “combinazioni  assistenziali” che non riservano nessun serio  percorso di ritorno, come auspicato dai vari DEF.

Su queste basi è difficile creare il NUOVO, è difficile ipotizzare percorsi innovativi di trasparenza e di   meritocrazia, è difficile, perfino, rivisitare correttamente e metodologicamente la “Questione Meridionale”, quella, auspicata da Manlio Rossi Doria, e ripresa da Galasso e dal moderato Sergio Romano sul Corriere della Sera.

Qualche Governo di centro-destra aveva puntato negli anni scorsi  sulla  realizzazione del  Ponte sullo Stretto come risposta ai mali endemici del Sud.

Era un chiaro esempio di incomprensione totale della realtà sociale ed economica  meridionale.

Noi siamo di parere opposto, noi uomini di buona volontà, ipotizziamo percorsi che vanno verso la  definitiva riproposizione di quei progetti che, negli anni settanta hanno rilanciato il Sud e che  coniugavano “professionalità e cultura”.

Progetti e interventi  che hanno consentito lo sviluppo concreto delle nostre aree marginali e  la  vera “crescita democratica” delle nostre popolazioni.

La politica quella seria si faceva carico di  un crescendo di attività e di  controlli sociali dal basso che portavano “sviluppo e competitività” tra le varie aree del Sud.

In questo modo sono nate le prime e fortunate  aree industriali,  come, quelle daune, e, come, quelle, odierne,  del melfese.

Una popolazione “convinta  e responsabile” guidate da uomini sinceramente democratici e di idee vincenti  si appropria del territorio e crea quei processi innovatori e globalizzanti che la economia e la politica odierna non sanno elaborare e che vorrebbero  ridurre drasticamente.

Sono “spazi  operativi” che Noi uomini di buona volonta suffragati dalle belle riflessioni di  Sergio Romano  e di  Giuseppe Galasso auspichiamo per il nuovo Sud, partendo, per l’appunto, dai grandi meridionalisti  come Nitti, Fortunato e Rossi Doria ,rimasti ignorati per tanto tempo, e che la Basilicata moderna e tutto il Mezzogiorno  non può e non potrà  più ignorare.

Rivisitare in chiave moderna questi  tre grandi meridionalisti ,   senza alcuna vena storicistica significa, per noi lucani, in particolare, essere al centro dell’attenzione  generale di un nuovo meridionalismo.

Tale possibilità poteva essere  fornita dalle “nuove leggi sui Sapori e sui  Saperi” (normative presenti in tutte le regioni meridionali).

Tali leggi applicate in forma pedestre hanno puntato  solo su feste e fornelli, e non hanno mai individuato le varie discrasie e, soprattutto,  non hanno mai cercato di “sfrontare” il muro delle incurie e delle indifferenze sociali e istituzionali.

Il nuovo meridionalismo ha bisogno di rispetto e di pari opportunità e deve chiudere definitivamente con assistenzialismi, familismi, nepotismi tribali e sprechi ingiustificati.

Per queste serie ragioni dobbiamo bandire il Sud vocato al mercato di riserva e al deprimente piagnisteo.

Il rimedio c’è e lo hanno riproposto con caparbietà e onestà intellettuale, nei mesi scorsi,  i due insigni e moderati professori Galasso e Romano, riscoprendo gli scritti e gli interventi  dei nostri amati Francesco Saverio Nitti e Giustino Fortunato.

Ritroviamoci, infine,  con passione e rispetto, pure, noi uomini di buona volontà, per far si, che, anche, le ultime ed emarginate popolazioni depresse possano riappropriarsi del loro  territorio e delle sane abitudini  di un tempo.

A noi lucani non resta che l’orgoglio  per aver dato i natali a così insigni meridionalisti, come Giustino Fortunato e Francesco Saverio Nitti, non dimenticando Rossi Doria e il suo incommensurabile interesse per la nostra regione.

mauro.armando.tita@alice.it

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