Un dovuto riscontro al caro amico Andrea Di Consoli

Il caro amico Andrea Di Consoli (ricordo con vivo piacere idee e stati d’animo vissuti e condivisi per un decennio nella stessa comunità giornalistica) nei giorni scorsi con la sua bella rubrica “Lettere lucane” ha tuonato contro il disimpegno dei “Giovani Lucani nel Mondo” rimproverandoli di non mantenere vivo il dialogo con i Lucani ”stanziali”.
Questi giovani, caro Andrea, non sono per niente egoisti, sono i Giulio Regeni, sono i tanti giovani italiani, non solo lucani, che hanno scelto la ricerca ”all’estero” perché penalizzati da una “istituzione universitaria” italiana, chiusa, clientelare e nepotista, che non conosce gli “albori” del merito e dell’equità, cioè di quella VIRTU’ che consente l’attribuzione o il riconoscimento di ciò che spetta.
Consiglierei ad Andrea la lettura dell’ultimo libro di Tim Parks: “Italian Life”- Rizzoli Editore, che narra le amare vicissitudini e le peripezie vissute da James e Valeria, “lucana” di nascita, impegnati con caparbietà a costruirsi un primo percorso di “carriera accademica”, che, purtroppo, si trasforma in una battaglia contro i nepotismi, gli intrighi, la corruzione, il clientelismo, le pastoie burocratiche e le “pressioni” all’adeguamento.
Se tu riflettessi su tutto ciò, caro Andrea, i tuoi strali cambierebbero direzione e sarebbero sicuramente rivolti ai veri colpevoli.
Questi giovani hanno trovato equità e merito solo nelle Università del Nord Europa.
Non sono dei GENI, sono i nostri figli che non abbiamo compreso fino in fondo con i loro progetti di vita, le loro passioni, le loro aspirazioni. Non abbiamo compreso i loro sacrifici immani, le loro rinunce.
Difficilmente comprenderò appieno da padre lucano “ristretto” nei propri limiti i tanti “workshop” estoni, finlandesi, indiani, lituani di mio figlio Michele, antropologo con laurea magistrale in “Folkloristica” (Folkloristika) e dottorando di ricerca presso l’Università internazionale di Tartu in Estonia (la vecchia Dorpat dove insegnò Indro Montanelli). Forse mio figlio(110 e lode, Alma Mater BO) come i tanti giovani che hanno scelto di “emigrare” nel mondo sono stati spinti, in primis, dalle porte chiuse, anzi, sbarrate ai Migliori, poi dalla voglia di fare qualcosa di veramente bello, LIBERO, “umano”, originale, di trasformare una “passione” in un “progetto di vita”.
Ripenso con tanta amarezza ai tanti giovani potentini e materani che hanno evitato lo stress di lasciare città e regione, ai tanti “choosy” che pensano troppo ai loro interessi trascurando concrete possibilità di sviluppo per la propria terra e per la propria gente. Caro Andrea, una Basilicata, un capoluogo come Potenza (che amiamo molto nonostante il bieco grigiore ideale praticato dal suo tedioso “doroteismo” secolare) e una Università sempre più ai margini…offrono prospettive valide? Possiamo ancora crogiolarci nel governare su Niente e su Nessuno? (vedi editoriale GdM del 25 marzo scorso di Massimo Brancati).
Qualunque sia la spiegazione e di chiunque sia la “colpa”, una cosa è certa: Potenza deve investire sui giovani, sulla formazione e sull’occupazione, offrendo vere opportunità, superando(se c’è la volontà politica) certe vecchie losche consuetudini (clientelismo, in primis, e sperperi ingiustificati) e diventare in generale un polo di attrazione “meritocratico” per chi studia e inizia a lavorare. Così facendo si eviterebbe il disimpegno e si manterrebbe vivo il dialogo tra “stanziali” e giovani emigrati nel mondo.
Quante occasioni perse, caro Andrea, lo dico da ex Responsabile delle Politiche dello Sport e delle Politiche per i Giovani della Regione Basilicata, lo conferma pure Antonino Imbesi, altro visionario e altro grande sognatore (per dirla alla Oscar Wilde, un sognatore punito dalle istituzioni locali perché vede l’alba prima degli altri), esperto di politiche comunitarie, protagonista “concreto” di tanti progetti-giovani e di tanti documentari di successo con la sua stupenda “Euronet”.
Caro Andrea, per dare “sostanza” al nostro ragionamento e se me lo consenti vorrei chiudere con le parole di mio figlio Michele pubblicate nell’articolo “Capitale umano che se ne va” dello scorso 1 Marzo 2020 sulla Gazzetta del Mezzogiorno: “Ciò che auspico per la mia Città risulta ancora vago e poco realizzabile nell’immediato.
Si prendano le mie parole, piuttosto, come un’amara constatazione riguardo ciò che non va della mia Città e ciò che la mia Città dovrebbe essere.
Spero, tuttavia, che le cose cambino e che Potenza possa davvero cominciare ad attrarre più giovani, siano essi studenti o lavoratori”. Se tornerò anch’io in pianta stabile, nel caso? Difficile in realtà, per gli stessi motivi che mi hanno spinto ad emigrare, comunque, da potentino, mai dire mai! “ Mai dire mai lo diciamo pure Noi, padri lucani maturi e di buona volontà, caro Andrea, a una sola condizione: Il ritorno di questi stupendi giovani lucani “nel mondo” sia foriero di una vera rivoluzione copernicana che sprovincializzi questa nostra meravigliosa, amata e sciagurata regione, depurandola dalle oligarchie, dai disgustosi nepotismi, dagli egoismi, dalle clientele e dalle maleodoranti “tribalità” perché tutte le volte che si tagliano le opportunità ai giovani lucani si restringono gli orizzonti e si ingolfa a dismisura l’esercito della senilità”.
Quello che maledettamente è avvenuto e avviene in questa amata regione…senza futuro.

Armando Tita, Sociologo di strada da quarantacinque anni…(anno acc. 1976/77)

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