“I RACCONTI DI AMELIA: L’ACQUA COLORATA”, OVVERO QUANDO FANTASIA E REALTA’ S’INTRECCIANO E SI FONDONO.

Quando nel 2014, insieme al prof. Giovanni Cuoco, mi trovai membro della componente lucana della giuria del Concorso Letterario Engel von Bergeiche, rimasi molto colpito da un racconto inedito di Amelia Squillace, nata a Napoli nel 1954, ma residente a Ruvo del Monte (Pz). Ne rimasi talmente affascinato che il mio giudizio risultò poi determinante per far classificare il racconto al 2° posto. A distanza di qualche anno, noto con sommo piacere, che quel lavoro narrativo è stato pubblicato nella raccolta “I racconti di Amelia-L’acqua colorata” (Graus editore, Napoli, 2015, euro 10).
Il volumetto, di sole 43 pagine, ricevuto in omaggio brevi manu dalla simpatica autrice, si intitola, appunto, “L’acqua colorata” ed è articolato in 31 capitoli o episodi interlacciati in un continuum di emozioni attraverso le varie fasi della vita dell’autrice. Il corpus narrativo è realizzato in un registro linguistico accessibile ed adatto ad un range anagrafico di lettori che va dall’infanzia alla vecchiaia. Le figure retoriche lasciano spazio all’allegoria in un intreccio di situazioni fantastiche, surreali con altre tragicamente reali che inteneriscono il cuore del lettore immergendolo in un vortice di sensazioni a volte gioiose, a volte tristi, talvolta drammatiche. Ma sottotraccia si fa largo la nostalgia per la casa natia e gli affetti familiari perduti. La Squillace, infatti, attraverso i continui flashbacks , sembra non essere mai uscita dal collegio dove, suo malgrado, era stata ricoverata senza capirne la ratio.
Nel 1°capitolo, a mo’ di incipit si legge: << Sono nata a Napoli, seconda di otto figli. Tutto iniziò quando avevo un anno; ho subito due interventi ai piedi, nei miei ricordi c’era una figura maschile: mio padre. Mi ripeteva di mettere sempre quelle odiose scarpe, non volevo (…) Nella mia primissima infanzia ricordo mia madre, non rideva mai e non ricevevo mai una carezza; al contrario mio padre era molto buono e premuroso. Ho dei ricordi in bianco e nero che fanno capolino dentro di me. (…) Quell’anno fui trasferita in un collegio; mi accompagnò mio padre che mi disse: “ Abbiamo tutti bisogno di amici, ci sono molte bambine come te, potrai giocare e divertirti. Mi ricordo di quel giorno ancora la data: era il primo di aprile e avevo cinque anni, dalla borsetta spuntò un bel pesciolino rosso, mi guardò strizzando l’occhio e mi disse: “D’ora in avanti comincerai la tua nuova avventura, non essere triste che giocheremo insieme.” Era il mio primo pesce d’aprile e fu anche il mio primo amico invisibile. Il collegio era composto da suore: la prefetta si chiamava suor Gertrude, poi c’era suor Giuseppina, addetta alla cucina. Quando andavamo a mangiare dovevamo metterci in fila per uno e cantare una filastrocca (…) Nell’arco dei miei riposi pomeridiani c’era un problema: non riuscivo sempre ad addormentarmi. Qui si presentava il mio amico, il pesciolino rosso … dai, vieni a giocare con me che ti mostrerò il mio mondo magico…>>
Il dialogo immaginario, quindi, si fa più intenso tra la piccola Amelia e il pesciolino rosso, umanizzato con facoltà di parola e di decisione, che sostituirà le figure genitoriali assenti per motivi diversi. Amelia Squillace con il dono della metafora diacronica, a ricordare i momenti di paura della sua infanzia, illustra bene il suo stato d’animo all’epoca dei fatti vissuti e narrati. Infatti, all’invito del “pesciolino rosso” risponde con la genuinità di una bambina: << Ho paura di esplorare questi giardini sottomarini e tuffarmi con te in queste acque oscure: io sono solo una bambina di cinque anni! I miei genitori non ci sono per proteggermi e tu sicuramente mi farai del male.>> “ Assolutamente non ti farò del male, io sono tuo amico e mi chiamo Curiosone.” “Va bene però mi metterò sulla tua schiena così non perderò la strada”. Ed ecco che ci immergemmo nelle acque oscure e le scie dei pesci brillarono come fossero stelle cadenti. Fu come fare un tuffo tra le stelle.>>
Da questo capitolo in poi, il linguaggio sarà sempre più icastico, dominato da similitudini, usate a piene mani, innestate in moduli espressivi piuttosto originali, immuni da contaminazioni o influenze di alcun tipo. Questo racconto autobiografico, che si potrebbe definire “di formazione”, avrà come guida proprio “Curiosone”, personificazione della curiosità di imparare nei vari campi dello scibile umano. I refusi e gli anacoluti presenti nel testo, se da un lato stanno ad indicare l’assenza di un editor in seno alla casa editrice, per converso certificano la genuinità e l’originalità del racconto. Amelia Squillace è una scrittrice un po’ naiv, che, proprio per questo, merita di essere letta, perché attraverso la semplicità della sua narrazione, pregnante ma scevra da sofismi, barbarismi, circonlocuzioni etc., rivelando una grande purezza d’animo e sensibilità, tratta con cognizione di causa un fenomeno sociale, purtroppo, sempre più crescente sulla Terra, non a caso definita da Giovanni Pascoli “atomo opaco del male”, ossia la violenza sempre più cruenta all’interno e all’esterno della famiglia, spesso raffinatamente psicologica, grazie (in senso antifrastico) all’azione pervasiva e deleteria della “rete”, fonte primigenia, insieme alla televisione, della se(x)colarizzazione e dell’americanizzazione della società del 3° millennio. I vessilliferi dei “social media” ci ripensino!

Prof. Domenico Calderone

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