Grande successo di pubblico per la presentazione del romanzo di Aurelio Pace, il primo evento organizzato dal Museo Parrocchiale di Ruvo

Né la pioggia o la temperatura non propriamente estiva, e neppure la “eptacaidecafobia” – termine bizzarro per definire la paura del numero 17, soprattutto quando cade di venerdì – hanno fermato la buona riuscita del primo fra gli eventi organizzati dal Museo Parrocchiale di Ruvo del Monte, edizione 2020: l’ampia sala del Centro Sociale ha accolto un folto pubblico, che ha seguito con attenzione ed estremo interesse la presentazione del romanzo “Eppure qualcuno mi doveva ascoltare” dell’avv. Aurelio Pace, alla presenza dell’Autore e del Prof. Luigi Serra, Preside Emerito di Facoltà, Università“L’Orientale” di Napoli.

Il pubblico presente in sala

Dopo i saluti introduttivi ai numerosi presenti di Domenico Grieco, responsabile del Museo, che ha anche recitato con calore e passione il primo capitolo del romanzo, Raffaele Mira – assessore alla Cultura del Comune di Ruvo – ha portato i saluti dell’Amministrazione Comunale, ribadendo l’importanza di portare avanti progetti culturali, e l’impegno in tal senso dell’Amministrazione.

Domenico Grieco

La sottoscritta ha brevemente introdotto i molti temi affrontati in questo romanzo, in cui l’Autore ha dato voce – facendolo parlare in prima persona – ad Agostino Lacerenza, onesto cittadino del minuscolo borgo di Brindisi di Montagna, marito e padre di sei figli: la sua esistenza, seppure attanagliata dalla miseria e dai ricordi “di una guerra che non sapevo perché si combatteva”, dalla quale era tornato nel 1918, sarebbe potuta scorrere in maniera relativamente tranquilla, fra il lavoro nei campi, la famiglia e “le preghiere a Nostro Signore”, essendo il suo animo intriso di una profonda e sentita religiosità. La sua esistenza, e quella di tutti i suoi familiari, fu invece sconvolta da una terribile vicenda giudiziaria: “sono passato per assassino e non lo sono, non saprei farlo”. Il processo – una farsa, una “recita”, costruita su testimonianze fasulle – si concluse nel 1944 con la condanna di Agostino per omicidio e, solo dopo la sua scarcerazione, la verità venne a galla: una confessione, resa in punto di morte da un altro detenuto, diede un nome, e un movente, al vero assassino del giovane Leonardo Filippi. Ma la vita povera e dignitosa di Agostino, per colpa della calunnia, del pettegolezzo e della maldicenza, non sarà più la stessa. E, soprattutto, egli sa bene che saranno i suoi figli a dover sopportare all’infinito il peso della vergogna. Riflette in silenzio, Agostino: “Era meglio un padre a cui portare un fiore o uno da portare ancora dall’avvocato?”. E prende infine la sua decisione. Con serenità.

Il tavolo della presidenza
da sinistra: Lina Spedicato, Avv. Aurelio Pace, Prof. Luigi Serra, Raffaele Mira

Il prof. Serra ha sottolineato la “veridicità” del romanzo di Aurelio Pace, ricordando gli antecedenti letterari che – a partire dalla seconda metà dell’Ottocento – in Europa e in Italia hanno trovato nel nostro Meridione i luoghi più “accattivanti” per le ambientazioni delle loro opere che attengono rispettivamente al Naturalismo e al Verismo, da Zola a Verga, e a molti altri. E nello stesso quadro di miseria, non solo materiale ma talvolta anche morale, si collocano la vicenda di Agostino e quell’accusa lacerante che distrugge senza possibilità di ripresa. Dietro al nesso di non-giustizia e verità occultata, c’è un dato storico su cui occorre interrogarsi. E c’è un’attualità sulla quale è necessario riflettere.

L’avv. Pace ha illustrato con emozione la genesi del suo romanzo, nato dall’accorata richiesta dei discendenti di Agostino Lacerenza: i nipoti “del carcerato”, di cui ancora ai nostri giorni non si poteva pronunciare neppure il nome, nel piccolo borgo lucano. E le sue ricerche, fra i fascicoli ingialliti e polverosi del processo: più che per difendere la memoria e la vita di Agostino, “perseguitata dalla malasorte e pure da qualche uomo senza dignità”, per poter ridare dignità a questa famiglia così duramente colpita. L’Autore ha ricordato alcuni passi significativi del romanzo, per meglio delineare la personalità di quest’uomo silenzioso e sfortunato. E ha sottolineato che la tragica vicenda di Agostino Lacerenza, morto perché non aveva “conoscenza”, deve portare ad un’ulteriore riflessione: è dalla “conoscenza” che occorre partire, è questa l’arma con cui l’Italia, già potenza della bellezza, si deve difendere. E i lucani, in questo, possono fare la differenza.

Alla presentazione del romanzo erano presenti, fra gli altri: il Maestro Franco Zaccagnino, creatore del Museo dell’Arte Arundiana di Sant’Ilario di Atella, e i giornalisti Antonio Petrino (TG7 Basilicata) e Francesco Preziuso (Quotidiano del Sud). Durante l’evento sono rimasti esposti alcuni dipinti dell’artista Pasquale Palese.

Appuntamento al prossimo giovedì, 23 luglio, con la presentazione del romanzo “Caffè Gambrinus” di Amelia Squillace.

Lina Spedicato

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