Borghi e Bando burla

Il fenomeno della cosiddetta “saracinesca selvaggia” nei nostri Comuni potrebbe essere  combattuto, lo dico eufemisticamente e con tanta amara ironia grazie all’ultimo Bando sui Borghi sfornato in questi giorni dal Mibact di Franceschini.
Un Bando che riconosce le attività culturali , la peculiarità, la bellezza e il benessere della vita quotidiana dei/nei nostri Borghi.
Borghi caratterizzati dalle attività culturali legate alle piccole botteghe artigiane, al buon vivere e alla buona cucina.
Peccato che questo Bando/Burla stupendo nelle intenzioni è ridicolo per la somma messa a disposizion solo 750mila euro per l’Italia intera.
Un bando che non basterebbe a risolvere i problemi minimali delle tante saracinesche abbassate dei Centri storici Lucani.
Saracinesche che proteggevano quel meraviglioso mix creato con le attività culturali, le sagre e i nostri “laboratori”, ricchi di buona cucina e di stupendi prodotti commerciali e artigianali.
Non ho alcuna intenzione di riprendere un cliché abusato sulla grande distribuzione.
La grande distribuzione che  crea congestione e confusione ha distrutto definitivamente la stupenda rete delle nostre piccole attività enogastronomiche autoctone e commerciali.
Lascio agli esperti di marketing la valorizzazione dei distretti urbani del Commercio.
Cari amici ruvesi ho vissuto dal primo “vagito” l’atmosfera, la bella genuinità del piccolo commercio locale, della bella cucina casereccia di mia nonna Filomena.
E’ il racconto di una società povera del piccolo Borgo senza particolari complessità odierne,  viva, autodeterminata e “spudoratamente” creativa sia dal punto di vista imprenditoriale che commerciale.
Sono figlio di salumiera e nipote di tabaccaio, tessuti ,detersivi e chincaglierie varie. Un vero e proprio bazar.
La famiglia di mio nonno inizia l’attività commerciale nei lontani anni trenta del secolo scorso.
Il mio paese d’origine Ruvo del Monte è stato crocevia commerciale di tutto rispetto, eravamo il transito obbligato della stupenda arteria dell’epoca, la Contursi –Barletta.
Quanti ricordi, quanta vivacità e quanta presenza interregionale, in prevalenza campana.
Ricordo da bambino tra la metà e la fine degli anni cinquanta il frastuono dei carri  con muli e cavalli guidati dai cosiddetti “trainieri” di Calitri, Lioni, e, perfino San Giuseppe Vesuviano.
Carri pieni di ogni ben di Dio, dalla pasta Pallante di Lioni alla Pasta Pezzullo d Eboli, dalla salsa “Crudele” di Pontecagnano  al Caffè Greco di Salerno.
Tutti rigidamente in pacchi e contenitori di carta da cinque chilogrammi in su o  in sacchi di juta.
Ecologisti ante litteram.
Nessun involucro di plastica.
Un mix campano-lucano che fioriva di presenze e di vera amicizia consolidata nel tempo.
Ricordo il commerciante Stefano di San Giuseppe Vesuviano, famoso per la pasta, pasta di grandi dimensioni e lunga.

Famosi  erano gli Ziti, meglio conosciuti, nella nostra tradizione culinaria “ruvese-calitrana”(notate il connubio irpino-lucano), come “CANNAZZE”, oggi , riconosciute da Slow Food.
Chi tiene alla tradizione, chi tiene ai meravigliosi ragù dell’epoca , alle “cannazze” deve raggiungere i locali agrituristici sull’Ofantina o ancora meglio la sede originale, Calitri.
La tradizione vuole la presenza di un meraviglioso contenitore in ceramica calitrana, autoctono, la cosiddetta “spasetta”.
Non è pensabile, lo dico agli snob, mangiare le “cannazze” in piatti normali.
Ci sono due tipi di “spasette”, quella grande da trecento/cinquecento grammi di pasta   e quella piccola da 200.
Io mi accontento di quella piccola. E’ difficile, pur nella grande bontà del ragù e delle cannazze “arrivare” ai cinquecento grammi. Il mio stomaco , con tutta la buona volontà, non  sopporterebbe tale “carico”.
E’ un piccolo esempio della vivacità culturale ed enogastronomica dei ristoratori/commercianti lucani e campani degli anni cinquanta e sessanta conservata fino ai giorni nostri e tanto umiliata dal Bando di Fraceschini.

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