Il futuro del lavoro

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In queste settimane, malgrado la poca informazione dei media mainstream e le pronunce inquietanti di alcuni leader politici che invitano a disertarli, si susseguono sul territorio nazionale iniziative volte a fare chiarezza sui quesiti referendari – quattro sul lavoro, il quinto sulla cittadinanza – in vista del voto del 8-9 giugno. Particolarmente attiva la CGIL (promotrice insieme ad altre associazioni, organizzazioni, e movimenti politici) nella nostra regione.

A Ruvo del Monte, presso il Centro Sociale, i sindacalisti hanno fatto luce sulle tematiche. Peccato che, ancora una volta, così come successo l’anno scorso in occasione della discussione sulla crisi Stellantis, la presenza di operai, lavoratori, disoccupati, precari, è stata davvero scarsa. L’assenza dei giovani, in particolare, è indice di un gap comunicativo generazionale, difficilmente colmabile. Da sempre in età giovanile si cercano percorsi discontinui da quello dei padri, ma la cosa preoccupante è che, mentre ogni epoca  (il ’68, la controcultura degli anni’70, il Movimento della Pantera nei’90  e quello Altermondialista dei ’00) è stata contrassegnata dal fermento e dalla rabbia giovane, la stagione dei nativi digitali è quella della passività. Proprio quello che vuole il potere per disciplinare le masse acquiescienti. Salvo rare eccezioni il contesto è quello di persone mature sulla carta d’identità ma totalmente avulse dalle dinamiche sociali, politiche, culturali. Tra le tante iniziative va ricordato l’incontro/dibattito che si è svolto presso la cornice del Palazzo G. Fortunato a Rionero in Vulture la sera del 28 maggio. Sono intervenute diverse personalità, fra gli oratori Daniela Barbaresi della segreteria nazionale del sindacato e lo scrittore-attivista Giulio Marcon, portavoce della Campagna Sbilanciamoci!, realtà che da decenni è impegnata sui temi del lavoro e dell’equità sociale, della pace e per il disarmo, e per un’altra finanza pubblica attraverso la Controfinanziaria che ogni anno presentano.. Temi, in qualche modo, oggetto di discussione. Pregnanti sono state le dichiarazioni degli operai della FIOM, che con le testimonianze vissute sulla propria pelle c’hanno descritto l’involuzione subita dal mondo del lavoro da oltre un quarto di secolo.

E’ emerso dai racconti dei partecipanti il ricatto costante proveniente dalla parte datoriale, incentivata dalle pessime riforme bipartisan che hanno visto protagonisti tutti i governi della cd. Seconda Repubblica. Dal Pacchetto Treu del’97 alla Riforma Biagi-Maroni, fino al jobs act renziano sul quale sono incentrati quattro dei cinque referendum. La frammentazione del lavoro che si è prodotta ha normalizzato la discontinuità lavorativa e contributiva rendendo precarie nella loro complessità le intere esistenze. Importante quanto detto dal sindaco di Rionero: il ruolo di prossimità dei comuni, spesso privi di strumenti adeguati e travolti dai vincoli della fiscalità austeritaria sottoscritti in sede UE. Dalla discussione sono emersi problemi “atavici”, che chiamano in causa l’ultradecennale crisi della rappresentanza, con le persone sempre più slegate dai processi di ordine collettivo. Da qui la disaffezione politica e l’astensionismo diffuso. Figli della corruzione delle coscienze del verbo capitalistico, che a sua volta genera impotenza, fatalismo,apatia, fino all’indifferenza dinnanzi allo sfruttamento quotidiano.

“Ci vogliono tutti consumatori” all’interno di una società-mercato ipercompetitiva ed escludente, basata sull’individualismo, le gerarchie, l’inversione del merito. In conseguenza delle sottrazioni delle prerogative statali, esautorati da funzioni che la globalizzazione economica ed il neoliberismo hanno attributio a soggetti esterni che non rispondono ai popoli. L’arretramento dello Stato, ridottosi ad ente certificatore,e ratificato, nella migliore delle ipotesi, dall’adesione acritica alla “terza via” da parte delle forze partitiche con un passato di sinistra giunte al governo. In Germania il precariato ha assunto la denominazione di Hartz, da noi la sopraggiunta normalizzazione di un lavoro labile ha attribuito poteri eccessivi, indirettamente disciplinatori, alle Agenzie del Lavoro. Uscire da questo limbo richiede maggiore partecipazione, più referendum, e strumenti di democrazia diretta e non delegata. Tuttavia va ripensata complessivamente la vita, lavorativa e non.

E’ alle porte l’Intelligenza Artificiale, ulteriore rivoluzione che, come è stato per l’avvento invasivo di Internet, che ha praticamente sconvolto secoli di civiltà, corre il rischio di eliminare intere professionalità e settori produttivi.  Centinaia di milioni di posti di lavoro verrano persi come evidenziato dall’intervento del prof. Domenico Calderone. E’ stato spesso toccato il tema della dignità, contemplato dalla Costituzione, ma per raggiungerla bisognerebbe partire dalla stabilizzazione dei rapporti di lavoro, dalla questione salariale (l’Italia è l’unico paese dell’area euro in cui sono decresciuti negli ultimi trent’anni nonostante le policrisi), e dal tempo libero. Oppure basterebbe dare attuazione concreta, per mezzo del meccanismo sanzionatorio verso chi non si adegua, ai diversi principi presenti nella carta costituzionale. La stessa cittadinanza (il quinto quesito) da riconoscere a chi vive in Italia, va a scuola, lavora e contribuisce al pil nazionale, è indice del progresso della democrazia. Se dignità e cittadinanza sono correlate riguardo alla possibilità di esercitare i diritti civili, politici, economici e sociali è opportuno pensare, visti i processi di dematerializzazione in corso, anche a forme di sostegno universale al reddito, come il reddito di base incondizionato, oppure il reddito minimo garantito. Diverso da quello approntato dal Movimento Cinque Stelle, che si è rivelato un’anomalia semantica, dando luogo ad un sussidio condizionato come forma di controllo biopolitico. Il reddito (presente in tutta UE)  invece deve essere di autodeterminazione, legato alla situazione della persona singola nella sua individualità, con riguardo alle competenze, alla formazione ed inclinazione, e slegandola dalla concezione familistica che costituisce un freno all’emancipazione. Compiti per raggiungere i quali è opportuna una svolta radicale nei modi di pensare.

La rivoluzione deve essere culturale, perchè solo attraverso un approccio diverso è possibile ripensare la vita lavorativa. Soltanto ponendosi secondo una visuale critica può essere praticata la vita associata de-mercificata, mettendo al centro le relazioni, la cooperazione, la salvaguardia dei beni comuni. Intanto, urge richiamare al voto quante più persone, in modo da recuperare almeno quei diritti sacrificati da trent’anni di politiche liberiste.

 Dr. Giuseppe Giannini

 Giurista, analista politico, collaboratore di varie testate on line

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