Andrea Belli

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Immaginate di fare un salto indietro nel tempo, nella Ruvo del XVIII secolo, un borgo intriso di storia e di personaggi che hanno segnato profondamente il suo cammino. Tra questi spicca la figura di Andrea Belli, un uomo di straordinaria cultura, giurista, bibliotecario e primo Prefetto della Reale Biblioteca di Napoli. La sua vita ed i traguardi raggiunti hanno lasciato un segno indelebile tanto che, per onorarlo, il comune di Ruvo gli ha intitolato l’istituto scolastico. E non solo: fino a metà del Novecento una via del borgo, oggi via Guglielmo Marconi, portava il suo nome, un gesto che testimonia quanto la sua eredità abbia arricchito ed influenzato il paese che lo ha visto nascere.

Fig.1. Ritratto di Andrea Belli.
Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli – tomo Decimoquarto, ed. Nicola Gervasi, Napoli, 1829.

Andrea Belli nacque a Ruvo del Monte la vigilia di Natale del 1760 da una famiglia patrizia originaria di Atripalda. Fin da giovanissimo il suo straordinario talento non passò inosservato. Le sue capacità, così rare e fulgide, furono subito riconosciute dai suoi genitori, Michele e Teresa, che, spinti da una profonda fiducia nel suo futuro, decisero di inviarlo a Rionero in Vulture, dove fu accolto sotto la tutela di Marco Pessolani. Sotto la guida di quello che possiamo considerare il suo primo grande maestro, Andrea iniziò a scoprire l’universo sconfinato della poesia e della letteratura italiana. Il giovane Andrea non si limitava a studiare: viveva, respirava e sognava con le parole. Giorno e notte, immerso nei grandi testi di Ariosto, Petrarca, Tasso e Dante, non tardò a far suoi i segreti dei padri fondatori della letteratura italiana. Questi giganti, che spesso sembrano lontani e inaccessibili, divennero per lui amici intimi, compagni di viaggio che lo accompagnarono nei suoi anni di formazione. Quando, dopo aver completato gli studi con Pessolani, Andrea fu inviato al seminario di Muro Lucano, il suo cammino sembrava segnato da una luce sempre più intensa. Qui non si limitò a studiare la lingua latina o il greco, ma si dedicò con ardore ed entusiasmo allo studio della lingua ebraica e della filosofia, ampliando, in tal modo, ogni giorno, la sua mente e la sua anima. A Muro Lucano, Andrea non passò inosservato: a soli quindici anni le sue brillanti intuizioni e la sua incredibile dedizione gli procurarono l’ammirazione dei maestri. Le sue prime opere, traduzioni delle Odi, degli Epodi e dell’Ars Poetica di Orazio, segnarono l’inizio di una carriera destinata a lasciare un segno indelebile. La sua sete di sapere non si placò mai. Un amore ardente per la conoscenza lo accompagnò per tutta la vita; una passione così profonda da spingerlo a intraprendere gli studi giuridici. Ma non si trattava di un interesse superficiale: Andrea si immerse nel diritto con una dedizione quasi viscerale, concentrandosi soprattutto sul diritto romano, civile, penale e anche sul diritto canonico. Giurista fin dalla giovane età, Andrea, appena ventenne, si trasferì a Napoli, un luogo che sarebbe divenuto il palcoscenico di una delle sue più grandi sfide. Qui concorse per la cattedra di diritto romano e canonico che in quel momento era vacante all’Università di Napoli. I giuristi Cavallaro e Maffei, dopo aver letto lo scritto di Andrea per la candidatura, annotarono con grande ammirazione le seguenti parole: «Il signor Belli nel diritto Canonico ha scritto assai bene, ma nella ragion civile, ha scritto veramente da Maestro». Possiamo ritenere che fu proprio in quel contesto che Andrea si guadagnò il rispetto e l’ammirazione di tutti. All’interno di quella prestigiosa università, cuore pulsante della cultura del regno borbonico, Andrea divenne membro della giuria d’esame, presieduta dall’illustre abate Alessio Pelliccia. La corruzione e la falsità che regnavano nel Foro lo spinsero a prendere una decisione drastica: abbandonò la professione forense e volse lo sguardo ad un’altra passione che da sempre gli ardeva dentro. Decise di dedicarsi anima e corpo alla scienza, alla filosofia e alla letteratura italiana, campi che lo affascinavano con la stessa intensità. Tra le sue opere più celebri figurano i Commentari alla Metafisica dell’Abate Genovesi e la Confutazione dell’empio sistema di Benedetto Spinoza. Scrisse anche diverse dissertazioni, tra cui una celebre sul Caos e un opuscolo scientifico che metteva in luce le analogie tra vegetali e animali dimostrando il suo spirito curioso e instancabile. A Napoli il destino gli riservò anche un incontro speciale: conobbe e sposò Antonia Corrado. La loro unione si consolidò ulteriormente quando si trasferirono a vivere in via San Giuseppe dei Nudi nel quartiere Avvocata. Insieme costruirono una famiglia e dalla loro relazione nacquero cinque figli. Andrea, spinto dalla sua passione per la cultura e il sapere, decise di aprire un’accademia di letteratura e filosofia. Questo luogo divenne ben presto un crocevia di intellettuali dove alcuni dei migliori studiosi del periodo si incontravano per scambiarsi idee. Tra loro molti erano pensatori illuministi legati alla massoneria come Gaetano Filangieri e Francesco Mario Pagano. Quest’ultimo, maestro venerabile della loggia Philantropia, fu uno dei protagonisti della Repubblica Napoletana del 1799, e la sua vita si concluse tragicamente il 29 ottobre dello stesso anno quando fu giustiziato in piazza Mercato a Napoli. Anche Pasquale Baffi, grecista di grande talento e amico di Andrea, fece parte della breve ma intensa esperienza della Repubblica Napoletana. Come Pagano, anche lui pagò con la vita l’11 novembre 1799. Grazie al suo impegno intellettuale, Andrea divenne una figura apprezzata da numerose accademie che lo vollero come socio. Tra queste l’Accademia del Giglio di Lecce e l’Accademia Pontaniana lo accolsero con entusiasmo riconoscendo il suo valore. Nel 1780, re Ferdinando IV decise di creare una biblioteca pubblica a Napoli per offrire uno spazio dove i giovani studenti potessero studiare. La biblioteca di Sant’Angelo al Nilo, infatti, era troppo piccola e poco fornita. Per arricchire questa nuova biblioteca, il re ordinò di trasferire al Palazzo degli Studi (oggi sede del Museo Archeologico) le raccolte librarie che fino a quel momento erano conservate nella Reggia di Capodimonte. Fra queste c’erano anche i libri della biblioteca dei Farnese, portata a Napoli nel 1734 da Carlo III di Borbone, figlio ed erede di Elisabetta Farnese, e della biblioteca Palatina. A queste raccolte si aggiunsero anche i libri della biblioteca della Congregazione dei Gesuiti espulsi nel 1767 dal Regno di Napoli. Nel 1784 Andrea varcò per la prima volta la soglia della nuova biblioteca con il “semplice” incarico di aiutante, ignaro che quello sarebbe stato il primo passo di una brillante e straordinaria carriera. Fu lì che incontrò Pasquale Baffi ed insieme intrapresero un lungo e faticoso lavoro di sistemazione e catalogazione dando vita a quella che sarebbe diventata una delle biblioteche più prestigiose d’Europa nell’Ottocento. Il suo impegno, la sua passione e la sua dedizione non passarono inosservati. Come riconoscimento di un lavoro tanto straordinario, Ferdinando IV gli conferì dapprima il titolo di bibliotecario di Sua Maestà e successivamente quello di Prefetto della Reale Biblioteca di Napoli. Finalmente, il 13 gennaio 1804, la biblioteca fu aperta al pubblico con il nome di Reale Biblioteca di Napoli. Quella biblioteca che, nel 1816 cambiò nome in Reale Biblioteca Borbonica, sarebbe diventata, nel 1860, con un decreto prodittatoriale, la Biblioteca Nazionale. Il 1804 fu, pertanto, l’anno della consacrazione per Andrea. Non solo aveva raggiunto l’apice della sua carriera ma la sua vita familiare conobbe la gioia della nascita della figlia Anna. Il Belli ricoprì il ruolo di Prefetto della Reale Biblioteca di Napoli fino al 1806 quando il suo posto venne preso dall’umanista Juan Andrés. Nella biblioteca lavorava anche un altro grande uomo di cultura: Lorenzo Giustiniani, vicebibliotecario, erudito, viaggiatore e biografo del Regno di Napoli. Un uomo che, oltre ad essere un collega, era anche un amico di Andrea. Nel 1804, proprio mentre Andrea consolidava il suo ruolo, Lorenzo pubblicò l’ottavo volume di quella che sarebbe diventata la sua opera più importante, il Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli. In questo volume Lorenzo trattò anche di Ruvo del Monte ricordando che era il paese natale di Andrea. In quelle righe dedicate ad Andrea emergeva tutta la stima e l’amicizia che legava i due. Tra l’altro lo stesso Lorenzo Giustiniani spronava l’amico a pubblicare alcune poesie scritte. Andrea si era sempre dedicato alla scrittura di sonetti e poesie coltivando quell’amore per la poesia che il suo primo maestro gli aveva trasmesso. Ma, purtroppo, quei versi, così ricchi di emozione e significato non vennero mai alla luce. Rimasero inediti come un tesoro nascosto nel cuore di Andrea. La notte tra il 27 e il 28 maggio 1820 Andrea si spense nel silenzio della sua casa. Per anni la sua vita era stata una danza tra le pagine dei libri, tra volumi polverosi che custodivano il sapere di intere epoche. Ma quella polvere, che respirava ogni giorno, divenne la sua condanna. L’asma che aveva contratto, frutto di anni trascorsi nel cuore della biblioteca, lo aveva indebolito fino a spezzare il suo respiro. L’atto di morte rivela anche un altro dettaglio: due studenti dichiararono che Andrea spirò alle 6 del mattino del 28 maggio 1820. Un’ora di transizione tra il buio della notte e la luce incerta del nuovo giorno. Forse, in quel momento, Andrea scivolò via come una pagina che, alla fine della storia, trova la sua conclusione.

dott. Massimiliano Mattei

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