IL PNRR per il SUD …un deja? vu…stucchevole…una vera minestra riscaldata

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Il PNRR rivolto al SUD e sbandierato come strumento di sviluppo e di innovazione ripropone l’aspetto fondamentale del fallimento della politica dei Poli industriali, targati anni settanta: l’incapacità delle aree di sviluppo meridionali a controbilanciare, in assenza di una politica di seria programmazione, la forza attrattiva delle aree industriali del Nord. Si continua ad operare a “macchie di leopardo”, tipiche di una economia informale, tout court.
La utilizzazione delle risorse del PNRR risentono, ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, di questo orripilante peccato originale, di questo negativo e scellerato indirizzo calato e imposto dai gruppi monopolistici.
La Basilicata e la sua industrializzazione è il risultato emblematico di queste scelte (vedi insediamenti FIAT/ENI) che non hanno mai creato i presupposti di una industrializzazione estensiva, generalizzata e uniforme, bensì il contrario, l’accentuarsi patogeno degli squilibri territoriali. L’aumento dei consumi interni è stato alimentato dall’enorme sperequazione nella distribuzione del reddito tra differenti classi e ceti sociali che ha creato il mercato per i nuovi
beni la cui produzione e vendita è particolarmente vantaggiosa dal punto di vista del solo profitto …con tante distorsioni nella scala dei consumi. Come cinquant’anni fa la scelta dei settori di investimento e la utilizzazione delle risorse è imposto dalle scelte di indirizzo dei gruppi monopolistici.


L’industrializzazione, lo sviluppo agricolo, l’innovazione di metodo e di processo del Mezzogiorno non appaiono come obiettivi generali del PNRR. Appaiono invece come riflesso dello sviluppo capitalistico/imprenditoriale in atto e l’intervento pubblico soltanto come necessario supporto di esso.
Perciò come cinquant’anni fa il PNRR di oggi non metterà in moto alcun sistema autonomo di sviluppo da consentire un progresso socio-economico anche senza l’intervento pubblico.
Come nel 1950 con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno (L. 646) il sogno dell’intervento aggiuntivo resterà una vera chimera. Lo dimostrano l’utilizzo dei FSC (Fondi di Sviluppo e Coesione) slegati dal contesto generale dei PNRR.
Vorrei ricordare che l’espansione monopolistica riproposta dal PNRR anziché sopprimere la scarsità, la disloca e la riproduce a diversi livelli: la priorità ai beni di consumo opulento ha significato in Italia, oggettivamente, un minor numero di ospedali (oggi addirittura dismessi), di scuole, di crisi degli alloggi; ha significato l’insufficienza delle risorse pubbliche disponibili per la lotta contro l’inquinamento, per creare attrezzature collettive necessariamente
non redditizie; ha significato la necessità di costruire arterie di rapida circolazione , autostrade alta velocità limitata e riservata solo al NORD. La mitologia dell’industrializzazione monopolistica ha emarginato la parte più valida della nostra stupenda agricoltura strozzata dalla concorrenza dei paesi del bacino mediterraneo e subordinata vergognosamente ai gruppi industriali.
Per questa serie di motivazioni di fondo le soluzioni tecniche paracadutate dall’alto non servono se non sono sostenute da una maturità politica e da una partecipazione attenta delle popolazioni.
Come sociologo di strada e studioso dei movimenti politici delle aree interne del Mezzogiorno mi preme richiamare l’attenzione sui vecchi CPU (Comitati Popolari Unitari) degli anni settanta dove si riconoscevano partiti democratici, organizzazioni culturali, sociali e sindacali.
Era un nuovo modo di concepire la politica. Volutamente le popolazioni del Mezzogiorno interno rinunciavano alla committenza partitica e tentavano di gestire direttamente la lotta, in una ricomposizione politica di ogni richiesta economica, in una organicità con i bisogni locali, partecipando alla vita reale della politica , della cultura, e sforzandosi di calare queste iniziative in istituti e vertenze globali con tutte le controparti pubbliche e private.
Per queste ragioni sento il dovere di dare un consiglio a una nostra conterranea, la Ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese. Il consiglio gratuito, senza impegno, è di leggere attentamente il capitolo ottavo del libro: “Quando la Sinistra amava il Mezzogiorno interno e la Basilicata” (Il libro non è in vendita, basta richiederlo alla casa editrice “IL SEGNO” Arti Grafiche – Soc. Coop. Sociale – Potenza).
La Ministra è particolarmente impegnata nel Foggiano per l’apertura di una Sezione DIA dopo gli ultimi fatti criminali non più sopportabili.
La Lamorgese lamenta la scarsa collaborazione e le scarse denunce dei cittadini dauni. Eppure il CPU (Comitato popolare unitario) dauno, negli anni settanta, ha portato in piazza oltre trentamila foggiani.
Un CPU, fatto di cittadini e di uomini, donne e giovani di buona volontà che rinunciavano alla committenza partitica e sindacale e tentavano di gestire direttamente la lotta, non violenta e democratica, in una ricomposizione politica di ogni richiesta economica.
Dai trentamila in piazza degli anni settanta alla deprimente Mafia del Gargano di oggi.
Dal Cumulare queste esperienze, costituire un movimento di massa, costruire una cultura che concepiva in modo nuovo l’esistenza, i rapporti interpersonali, la condizione giovanile e femminile delle aree interne, la scuola, l’intera società civile in tutte le sue articolazioni era racchiuso il senso di questo stupendo Comitato Popolare Unitario.
Oggi il VUOTO, IL NULLA …quanti passi indietro.
A tal proposito dove sono finiti i nostri centomila lucani di Scanzano del novembre 2003 e le decine di migliaia di giovani di Libera di Potenza del lontano 19 marzo 2011?
Come erano belli quei tempi, come era bello rinunciare alle bandiere di partito e gestire direttamente quei momenti di meravigliosa concordia e unità, da Campo Fango di “Terzo Cavone” al Piazzale “Regione Basilicata” di Libera con una moltitudine giovanile vivace e propositiva, il popolo giovane lucano delle stupende Felpe Bianche
Eravamo consapevoli che c’era lì …un “altro” popolo lucano. Un popolo vero fatto di tanta bella gente, di tante coraggiose donne e di tanti valorosi giovani che si cibavano di giustizia sociale e di legalità.
Quella vera giustizia sociale e quella vera legalità, sconosciuta a tanti di Noi, “società adulta”.

Armando TITA – Sociologo di Strada (…da 44 anni)

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