10 AGOSTO 1861 I BRIGANTI A RUVO DEL MONTE

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L’obiettivo che mi ha guidato nella stesura della mia ricerca è stato quello di cercare di fornire una ricostruzione storica nonché una visione documentata, il più possibile definita e analitica, di quanto accadde il 10 agosto 1861 attingendo a documenti e materiale d’archivio. A tal proposito si è proceduto ad analizzare vari fondi archivistici soprattutto quelli conservati presso l’Archivio di Stato di Potenza. L’indagine si è successivamente spostata presso l’Archivio Parrocchiale della chiesa di Santa Maria Assunta e l’Archivio Comunale di Ruvo del Monte. Attraverso la raccolta ed analisi di tutte le carte documentali è stato possibile ricostruire, in una escalation di eventi, l’entrata dei briganti nel borgo, le azioni delittuose commesse dagli stessi ed il successivo intervento dell’autorità militare per liberare il paese. Si è potuto notare che i fatti accaduti in quel tragico giorno non sono mai stati trattati in maniera dettagliata dalla storiografia moderna bensì inseriti, solo marginalmente, all’interno di trattazioni storiche più ampie aventi come focus principale il fenomeno del brigantaggio post-unitario.

Il massacro del 10 agosto 1861

La stampa dell’epoca riportò l’accaduto già quattro giorni dopo come, ad esempio, il “Corriere Lucano” del 14 agosto 1861, che nella sezione dedicata alle notizie riportava: «Un’orda di briganti invase Ruvo di questa Provincia, la mezzanotte del dì 10 del mese, mettendo a strage, a fuoco ed a saccheggio il paese […]». Le cause dell’assalto furono molteplici. Secondo lo storico Tommaso Pedio il fattore principale deve essere ricercato nella volontà di Carmine Crocco di consegnarsi alla giustizia ma prima di farlo vuole dimostrare la sua forza per avere voce in capitolo nelle trattative di resa. Tutto questo perché il 3 agosto 1861 il generale Della Chiesa, comandante della 16ª divisione attiva tra Salerno e Potenza, aveva emanato un bando che prometteva un più mite trattamento sanzionatorio a chi si fosse costituito spontaneamente. Secondo la versione che emerge dalla documentazione di archivio, possiamo notare come il “generale” Crocco, con l’aiuto di alcuni “basisti interni” al paese, voleva mettere le mani sulla cassa del tesoro comunale per procurarsi le risorse atte a finanziare, verosimilmente, ulteriori attacchi nella zona del Vulture e sovvertire lo status quo. Questi individui erano soggetti “reazionari” e volevano pertanto sovvertire lo status quo. Come già sosteneva il sindaco Bonifacio Musano nella sua lettera scritta il 14 agosto 1861 al governatore della Provincia di Basilicata in Potenza, la banda di Carmine Crocco era stata chiamata in paese da cospiratori avversi all’Unità italiana. Così, all’alba del 10 agosto 1861, giorno della festa di San Donato, una banda di circa ottanta briganti capitanati dal famigerato Crocco invadeva il comune. L’entrata dei briganti provocò una divisione all’interno della comunità ruvese tra coloro che si schierarono a favore degli stessi (principalmente la massa contadina) e chi (i galantuomini), viceversa, decise di difendere il paese e le istituzioni liberali. I briganti, una volta entrati in paese, al grido di: «Viva Francesco II e abbasso Vittorio Emanuele», si scontrarono con l’avamposto della Guardia nazionale stanziata a Ruvo del Monte al cui comando figurava il capitano Cesare Caturani. Nel conflitto a fuoco, come si evince dal rapporto fatto dallo stesso capitano al governatore della Basilicata, datato 12 agosto 1861, persero la vita otto membri della Guardia nazionale. Nonostante l’ardua difesa, i briganti riuscirono a vincere la resistenza dell’avamposto della Guardia nazionale. Superato, quindi, il primo ostacolo, i briganti penetrarono nell’abitato. Il brigante Giuseppe Caruso distrusse gli stemmi di casa Savoia, l’effige del re Vittorio Emanuele II e del generale Garibaldi. I briganti subito dopo abbatterono le porte della Casa Municipale e vi appiccarono il fuoco. Questo incendio doloso distrusse definitivamente alcune carte, registri ed atti che vi erano conservati all’interno. Alcuni ruvesi, spinti più da vendette private che da veri ideali insurrezionali, seguirono i briganti e si abbandonarono a saccheggi ed incendi di alcune case del paese. Quel giorno a Ruvo del Monte, dalle carte documentali, risultarono saccheggiati diversi magazzini ed abitazioni. Il danno complessivo calcolato ammontò a circa 40.000 lire. Secondo la lettera del sindaco Bonifacio Musano la sua famiglia fu la prima ad essere distrutta poiché era disprezzata dagli insurrezionali. Il figlio Giovanni Musano cercò di difendere la propria famiglia barricandosi nel giardino murato attiguo all’abitazione. La resistenza fu vana perché perse la vita e, secondo la lettera del padre, un brigante gli recise il capo che fu portato come trofeo al piano di Sant’Anna.  Il motivo della decapitazione, secondo il padre, va ricercato nel fatto che Giovanni Musano portava la barba all’italiana ovvero come Camillo Benso conte di Cavour. Mentre i briganti erano ancora a Ruvo del Monte, il capitano Cesare Caturani, con alcuni dei suoi uomini, si recò al vicino paese di San Fele per unirsi al 25° reparto dei bersaglieri e alla colonna della Guardia nazionale del luogo. Qui venne escogitato un piano per riconquistare e liberare il paese di Ruvo dalla banda di Crocco. Il piano consisteva nello spingere i briganti verso il bosco di Bucito. Alcune spie avvertirono i briganti che si organizzarono prontamente e, rinforzati nelle loro fila da un numero imprecisato di ruvesi, attraverso un secondo conflitto a fuoco, costrinsero alla ritirata il 25° reparto dei bersaglieri e la Guardia nazionale di San Fele. I briganti rimasero a Ruvo del Monte fino alle ore 16:00 come è riportato nell’interrogatorio dell’arciprete Cesare Caturani, zio dell’omonimo capitano della Guardia nazionale.

L’intervento militare

Le autorità militari riuscirono ad entrare nel paese solamente verso le ore 17:00. Dal rapporto del Caturani sappiamo che ad entrare per primi a Ruvo furono la Guardia nazionale di Pescopagano e alcuni membri della Guardia nazionale di Rapone. Con queste formazioni fu vinta, facilmente, la resistenza di alcuni sostenitori dei briganti che erano rimasti in paese visto che Crocco e la sua banda erano andati via. Subito dopo in paese arrivò la Guardia nazionale di Rionero, di Barile ed il 31° reparto dei bersaglieri di Rionero con a capo il maggiore Guardi. Entrati in paese lo scenario che si presentò ai loro occhi fu macabro: teste tagliate e cadaveri bruciati come si evince dalla lettera di Girolamo Vittadini medico del 31° reparto dei bersaglieri. Iniziò la “caccia” ai “reazionari”: secondo la ricostruzione di Giuseppe Carrieri nelle campagne furono uccisi dal 31° reparto dei bersaglieri ben trenta rivoltosi. Come riportato dal capitano Caturani furono messe in atto “pene esemplari”. Secondo la testimonianza dell’arciprete Caturani, dopo aver applicato “pene esemplari”, il maggiore Guardi diede l’ordine al sindaco di Ruvo di provvedere ai bisogni della truppa attraverso un’ingente elargizione di denaro da parte del cassiere comunale o dell’esattore fondiario. Il sindaco rispose che era inutile pensare di avere denaro visto che tutto era stato depredato dai briganti. Il maggiore, sentita la risposta, si inquietò e diede l’ordine che a tutte le famiglie non danneggiate dai briganti fossero chieste “somme a prestito”. Ordinò, pertanto, alla Guardia nazionale di Ruvo di riscuotere il denaro. Il capitano Caturani cercò di esimersi dall’ordine, ma il maggiore Guardi sfoderò la sciabola e gli impose di eseguire gli ordini. Al maggiore Guardi sfuggì di mano la situazione. Finì, addirittura, per arrestare alcuni uomini che avevano appena combattuto contro i briganti. Tra di essi possiamo ricordare il capitano della Guardia nazionale di Ruvo, Cesare Caturani, e suo zio l’arciprete, accusati entrambi di essere dei “manutengoli” ossia aiutanti dei briganti. Entrambi furono poi prosciolti dalla Corte di Assise di Potenza il 27 giugno 1865. Anche il sindaco Bonifacio Musano fu denunciato come “manutengolo” ma poi riconosciuto innocente e prosciolto. Dai documenti emerge che furono circa trentadue i ruvesi che decisero di seguire i briganti dopo il massacro. Dalla lettura combinata dei nominativi con le carte di altri atti processuali, emerge che a seguire Carmine Crocco furono per lo più appartenenti alla classe contadina.

Le vittime del 10 agosto 1861

Passando all’analisi dei dati riguardanti il numero di coloro che persero la vita il 10 agosto 1861 durante l’assalto dei briganti, i documenti dell’epoca non sono concordi sul numero esatto delle vittime ruvesi cadute in quel tragico giorno. Secondo le carte processuali, datate 14 novembre 1861 e conservate presso l’Archivio di Stato di Potenza, in un primo momento persero la vita cinque persone. Successivamente, quando furono sentiti ulteriori testimoni, il numero delle vittime aumentò. Infatti, come riportano le carte processuali datate 22 novembre 1863, persero la vita dieci persone. A Vincenzo Patrissi, una delle dieci vittime, come si legge nel documento, gli fu reciso addirittura il capo che venne portato in giro, come trofeo, per le vie del paese. Leggendo la lettera datata 14 agosto 1861 ed inviata da Giuseppe Carrieri (cancelliere comunale di Rionero in Vulture) al sindaco di Rionero in Vulture Giuseppe Michele Giannattasio, trascritta da Giustino Fortunato, quel giorno persero la vita tredici persone. Secondo il “libro dei defunti”, conservato presso l’Archivio Parrocchiale della chiesa di Santa Maria Assunta di Ruvo del Monte, il giorno 10 agosto 1861 vennero uccise quindici persone per mano dei briganti. Nella lettera datata 19 agosto 1862, che il sindaco Pietro Musano (figlio di Bonifacio Musano) aveva inviato al prefetto di Potenza, nel rammentare quella triste giornata del 10 agosto 1861, veniva fatto riferimento a undici persone uccise dai briganti. Purtroppo il sindaco in questa lettera non fornisce i nominativi di questi “undici martiri” come li definisce lui. Viceversa, secondo il presbitero e patriota italiano Rocco Brienza nel suo libro Il martirologio della Lucania, nella giornata del 10 agosto 1861 a Ruvo persero la vita tredici persone. Addirittura, molto spesso, capita che “alcuni nominativi” li ritroviamo menzionati, nei vari documenti, con nomi o cognomi “diversi”. Un’analisi poco attenta della documentazione può risultare fuorviante ed ingannevole tanto da poter far pensare, in un primo momento, che si faccia riferimento ad altri individui. In realtà, attraverso uno studio intertestuale tra le fonti scritte veniamo a conoscenza che i documenti analizzati, nella maggior parte dei casi, parlano della stessa persona. Tutto questo è dovuto alla poca precisione o al ricordo errato in fase di trascrizione del documento. Quindi questi nominativi, che ad una superficiale e poca attenta lettura potrebbero sembrare apparentemente “diversi”, non sono altro che le stesse persone trascritte in maniera sbagliata.

Quello che è stato sopra riportato rappresenta un breve estratto della mia ricerca 10 agosto 1861 i briganti a Ruvo del Monte. Si rimanda alla lettura completa del libro per chi vorrà approfondire in maniera dettagliata e documentata l’argomento.

Massimiliano Mattei

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