AVREMO SEMPRE PARIGI (Gennaio 2015, n. 3)

L’odio è un liquore prezioso, un veleno più caro di quello dei Borgia; perché è fatto con il nostro sangue, la nostra salute, il nostro sonno e due terzi del nostro amore. Bisogna esserne avari.

Scrive Baudelaire in “L’Arte Romantica”.

Ed io Parigi l’ho odiata dal primo momento.

I boulevards così immensi da parere infiniti, l’odore delle baghettes, le ruote delle biciclette che sfrecciano nelle pozze, le foglie secche, tutti quei “se il vous plaît” ed i “merci”, per non parlare del “et voilà”.

I francesi non  vi porgono delle cose, loro le fanno apparire per la prima volta davanti ai vostri occhi increduli con un alone mistico ed irresistibile, quasi come se voi poteste vedere per la prima volta.

E Notre Dame e La Citè, gli amanti negli angoli, le macchine fotografiche e la luce.

Sì, persino la luce a Parigi ha un non so che di bon ton, è sempre discreta e sofisticata ed ha l’elegante discrezione di illuminare ogni cosa nei toni del rosa antico, del grigio mélange e del carta da zucchero.

Persino i turisti a Parigi sembrano pellegrini silenziosi che si aggirano sopraffatti dall’ineffabile.

Come non provare dell’odio per la Città della Luce.

La supponenza, il libertè egalitè et jet privè, la preponderanza, il patriottismo, la poesia, oh maledetti loro ed i loro poeti dello spleen.

“… e due terzi del nostro amore.”

Ed io Parigi l’ho amata dal primo momento.

Innanzi tutto chiariamo bene una cosa: esistono due Parigi.

La Parigi del meriggio assolato, delle visite al Louvre, delle passeggiate negli immensi boulevardes, del “se il vous plaît un croissant!”, della magnificenza di Notre Dame e dei suoi mostruosi gargouille, dei deliziosi cappelli e ombrellini da acquistare ai magazzini Lafayette.

E poi, come si è soliti dire, c’è la Parigi notturna: dei Caffè, dell’assenzio, del Moulin Rouge, di Montmartre, degli incontri lungo la Senna, di quelle disquisizioni artistiche senza fine che non si ricordano mai perché erano cominciate all’indomani.

Ed a vedere tutto ciò non vi basterà una vita intera, ebbene che lo sappiate dal principio.

Arrivo a Parigi cappellino nero e valigia a pois. Di tarda sera. In periferia. Albergo a sud-est, gli unici locali aperti nella mia strada sono due creperie gestite da algerini.

 

Oh.. Paris

Gentilissimi, nonostante l’ora di chiusura mi preparano una crêpes  che ha il sapore del ripiano appena pulito con un detersivo al limone, sorrido.

L’indomani sono già sulla Torre Eiffel, simbolo di Parigi e dei parigini, e pensare che volevano smontarla dopo l’esposizione universale del 1889.

« La Torre Eiffel sembrava un faro abbandonato sulla terra da una generazione scomparsa, da una generazione di giganti. » dice Edmond de Goncourt, (Journal, 6 maggio 1889).

È vero, è da lì che vedo il mio primo spettacolo di Parigi: la grandezza e la magnificenza distribuita a manciate un po’ ovunque in questa città dello spirito e dell’anima.

La Torre Eiffel ed i suoi panorami

I tetti di Parigi sono indescrivibili: un labirinto di comignoli dove si intrecciano le vite degli altri al denso fumo che viene fuori dai tubi stretti e lunghi, cosa avranno cucinato oggi?

Qualcuno forse si sta ancora svegliando? E quel gatto lì sospeso? Si sa a Parigi tutti i gatti “Voglion fare jazz, perché resister non si può al ritmo del jazz!”.

Dall’altezza di 281 m distinguo bene ad occhio nudo l’Arco di trionfo posto al centro di una stella dalla quale si diramano alcune tra le più importanti strade della capitale.

Seguo con lo sguardo a volo d’uccello quella centrale che sono gli Champs-Élysées, arrivo al Louvre, mi giro e la mia attenzione si sofferma su Notre-Dame nella Citè, l’isoletta nel cuore di Parigi e della Senna.

Già mi immaginavo a percorrere le strade che mi avrebbero portato a visitare ogni meraviglia.

Champs-Élysées

Più tardi avrei realizzato il mio sogno di quando avevo 9 anni: abbracciare una colonna di Notre-Dame per verificare se davvero era così grande come mi era stato raccontato.

Beh anche oggi che la mia apertura alare è cresciuta vi confesso che restano comunque immense.

Quasimodo invece non s’è visto, impegnato forse in qualche musical. Poi subito via direzione Montmatre.

Metropolitana ed arrivo presto detto a Pigalle, esco dalla fermata e mirabilia sono davanti al Moulin Rouge.

Sì, è proprio come nelle cartoline. Situato nel famoso quartiere a luci rosse di Pigalle, al XVIII arrondissement di Parigi, vicino a Montmartre è uno dei più famosi locali di Parigi, inaugurato il 6 ottobre 1889 da Charles Zidler.

Il Moulin Rouge nacque sull’onda del successo del Moulin de la Galette, un ristorante danzante ricavato nel 1870 dentro un vecchio mulino a vento nella parte alta di Montmartre.

Charles Ziedler e Joseph Oller, allora proprietari dell’Olympia pensarono di creare un cabaret sullo stesso stile del Moulin de la Galette a Pigalle, proprio ai piedi di Monmartre, e di costruirvi sopra un mulino ovviamente finto, vista la mancanza di vento in quella zona.

Il suo successo fu pressoché immediato, anche per il repertorio di danze e spettacoli, fra cui il celeberrimo can-can (nato dalla “quadriglia naturalistica”), assolutamente rivoluzionari per quei tempi, ma che furono ritenuti licenziosi dall’opinione pubblica e che ebbero, nel 1898, un ritrattista d’eccezione come Henry de Toulouse-Lautrec, assiduo frequentatore dei quartieri di Pigalle e Montmartre.

Moulin Rouge

Dopo il profano, come è ovvio vi è il sacro e  allora mi inerpico per Rue Lepic assistendo ai tableaux di vita Parigina lungo il tragitto. La basilica del Sacro Cuore è sulla vetta del colle, scopro con rammarico che è proibito fotografare.

Per riavermi di questa crudeltà immotivata mi fermo a cena in un piccolo e delizioso ristorantino nella migliore tradizione francese, lo Chez Marie.

Ricorderò per sempre l’atmosfera piacevolmente casereccia, una semplice e buonissima zuppa di cipolle e una torta al limone che ancora oggi mi solletica il palato.

Et voilà! Rientrando passo così per caso davanti alla casa di Theo Van Gogh, dove Vincent trascorse il suo soggiorno parigino, al terzo piano di un portone blu cobalto.

È tardi e ci sono le luci accese, chissà chi abita oggi in quella dimora. Au revoir, Vincent! Poco più avanti c’è il Cafe des  2 Moulins, che per i cinefili come me è meta obbligata in quanto scenario del film Il favoloso mondo di Amélie.

Trovate un attimo per prendere un caffè! Mi attardo e quasi perdo l’ultimo treno per rientrare in albergo, scenario che si verificherà pressappoco tutte le sere per via della mia attitudine a tenere il naso all’insù dimentica del resto. L’indomani mi aspetta un’impresa titanica: la conquista del Louvre, ossia dell’impossibilità di riuscire in una sola giornata a visitare uno dei più ricchi monumenti all’Umanità della Terra.

n.d.a. ovviamente non sono riuscita a vedere tutto il Louvre in un giorno, causa la sconfinatezza dell’edificio e la mia attitudine di cui sopra.

Sed tempus fugit! Per la cronaca, sì, mi è presa la sindrome di Stendal quando ho visto la sala che ospitava i capolavori che ho sempre ammirato sui libri d’arte e che mai avrei sognato di vedere dal vivo.

Sorvolando sulle ruberie praticate con nonchalance  in secoli differenti e da mani diverse, il Louvre stesso è un capolavoro, una sorta di scatola cinese delle meraviglie, un inno all’uomo e alla curiositas.

Direi che la sindrome di Stendal sia qui più che giustificata, più che in ogni altro luogo qui io ho desiderato cadere rapita in ginocchio e gioire del meraviglioso, un estatico essere parte dell’Umanità che ha realizzato quanto di più alto si possa concepire in secoli di Storia violenta.

il Louvre
(alcune immagini)

Sullo sfondo la Gioconda

Quando vi sarete riavuti dello shock estatico da opera d’arte, vi consiglio una capatina al Carrousel du Louvre dove potete ammirare la piramide al contrario, meta obbligata per i cinefili e per i lettori del Codice da Vinci, nonché sede di deliziosi negozi.

Per rimanere in tema di grandi magazzini , non potete non accompagnare la vostra signora al paradiso dei centri commerciali: le Galeries Lafayette.

Le Galeries Lafayette Haussmann è un centro commerciale parigino situato in boulevard Haussmann, nel IX arrondissement. Appartiene al gruppo commerciale Galeries Lafayette, di cui è il primo ed il più importante centro commerciale. L’apertura risale al 1912. È un edificio in stile art nouveau, se non altro l’architettura non delude.

Ah non dimenticate di andare a visitare lo shop di Tiffany & Co. sito in  Avenue des Champs-Élysées, pare che la boutique del gioiello è seconda per grandezza solo a quella di New York, poi se dovesse scappare un brillante… si dice che Tiffany e Bulgari abbiano le gemme più pure esistenti sulla faccia della terra. Carpe diem!

Gli ultimi due giorni rimanenti li ho trascorsi nei due più grandi parchi giochi della Francia: lo Château de Versailles e Disneyland Paris.

Non so quale mi abbia spaventato di più, se lo sfarzo inimmaginabile dove si mangiano solo brioches sotto stucchi dorati e fontane musicali mentre il popolo non ha pane, o il non luogo della fantasia per eccellenza dove tutti sembrano vivere di una felicità lattiginosa ed a tratti inquietante.

Versailles

Fatto sta che entrambi meritano assolutamente una visita: Versailles per perdersi nei lussureggianti e romantici giardini, senza pari in tutto il mondo e Disneyland perché talvolta è un miracolo dimenticare di essere polemici ed adulti per tornare all’età in cui non si raggiungeva il metro di altezza ma bastava allungare il braccio della fantasia per essere felici e raggiungere qualsiasi cosa o qualsiasi persona.

Disneyland

Il soggiorno trascorso nella Città della luce ahimè è giunto al temine, rimane giusto il tempo per gustare l’ultimo gelato Berthillon nella Citè, sicuramente non il più buono della mia vita ma il più costoso perché l’indugio mi ha fatto perdere il treno per l’aeroporto costringendomi alla vendita di un rene per pagare il taxi. Se non altro il finale è quello da cinema, saluto il gelataio senza un organo vitale così come Humphrey Bogart in Casablanca sussurrava col cuore in mano ad un’ intensa Ingrid Bergman: “Avremo sempre Parigi”.

Salgo sull’aereo.

Titoli di coda.

Articolo e foto di Astore Rosso{jcomments on}

Galleria fotografica

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